Conta che ti passa

Cominciamo questo post inutile frutto della noia parlando di come contavano i maya.

(sì, perché tra le altre cose questo post contiene informazioni vere, che vi sfido a individuare)

Veder tenere il conto a un antico maya doveva essere uno spasso: un po’ come in una danza bavarese, contando si toccava le dita delle mani e quelle dei piedi, i foruncoli, dentro il naso, si schiaffeggiava le chiappe e stimolava il perineo con il mignolo. Questo perché gli antichi maya avevano un calendario basato sul “Lungo computo”, un sistema che per contare i giorni utilizzava cifre in base 13, in base 18 e in base 20. Una data degli antichi maya era composta da cinque cifre: da destra a sinistra, la prima era in base 20, la seconda in base 18, la terza e la quarta di nuovo in base 20, finalmente la quinta in base 13.

Io per esempio sono nato il 12.18.4.9.13. Sfido chiunque a dirmi che non me li porto bene.

Il ciclo completo del “Lungo computo” dei maya durava quindi 20×18×20×20×13 = 1872000 giorni (circa 5125 anni). Le prime quattro cifre si contavano a partire da 0 (quindi la seconda andava da 0 a 17, le altre da 0 a 19), la quinta invece andava da 1 a 13, con il 13 avente la funzione di zero e detto “Ah’mal’hal’cum”, o “Che palle, si ricomincia”.

Non molto chiaro, no? Per conoscere la propria data di nascita infatti i maya usavano dedicare il sacrificio di un avocado immaturo al dio Chim’al’mat, detto il Grande Pallottoliere. Solo dopo aver frantumato il duro frutto grazie all’aiuto di tutta la popolazione del villaggio armata di lance, pietre affilate e bastoni nodosi, il postulante rivolgeva al dio la domanda rituale:

– Ehi Chim’al’mat! Oh, sveglia! Mi senti? Quando sono nato?

– E che cazzo ne so.

Se il sistema degli antichi maya vi può apparire contorto e complicato, dovete pensare che nel nostro attuale calendario una data è composta da un primo numero che va da 1 fino a 28 o 31 in una relazione complicata col secondo numero che va da 1 a 12, e da un terzo, l’anno solare, che invece è single, ma viene contato a partire dalla presunta data di nascita di un certo personaggio.

– Buongiorno signor Veggente dell’Antica Roma. Desidero la lettura della mano.

– Ecco, vedi qui, sulla tua linea della vita? Direi che è intorno ai 33 anni. È una piccola crocetta. Sembra una cosa da niente, ma potrebbero essere cazzi, occhio.

– Eh, la vita è un sali e scendi. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Meglio il libro del film. Il Regno dei Cieli è come un granellino di senape che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra, ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra. C’è crisi ma i ristoranti sono sempre pieni. Quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

– Cristo, certe volte le tiri dalle mani.

Se mi avete seguito fin qui, un po’ è perché non avete una mazza da fare e un po’ perché siete il frutto di milioni di anni di evoluzione, che ci hanno portato dalla capacità di contare i frutti su un albero a quella di accedere di tanto in tanto sul sito dell’INPS per scoprire che Achille sei tu e la tartaruga l’Agenzia delle Entrate.

Ma per dare un senso a questo post, ammesso che ne abbia uno, ci vengono per fortuna nuovamente in aiuto gli antichi maya.

Per loro alla fine del “Lungo computo”, cioè il 13.0.0.0.0, sarebbe avvenuta niente di meno che la Fine del Mondo. Per loro il mondo finiva là dove non sapevano più contare, ma da lì, secondo la profezia, l’Universo si sarebbe riavviato, interamente azzerato: tutto sarebbe ripartito dal nulla, con la sola esclusione del debito pubblico italiano.

In effetti ciò avvenne. Ma non se ne accorse nessuno. O meglio, apparentemente non avvenne nulla di eclatante, se non che…

…il 13.0.0.0.0, che avrete capito essere stato il 21 dicembre 2012, giorno del solstizio d’inverno, c’era bel tempo e faceva freschetto, almeno nell’emisfero boreale. Di buona mattina, Roberto Giacobbo stava uscendo di casa nel suo cappottone nero, per recarsi al lavoro dopo una nutriente colazione a base di fichi, tenere foglioline e piccoli mammiferi. Aperta la grande porta di casa, si aggiustò il cappello, scrutò l’enorme piazzale antistante (egli vive con la famiglia a Notre-Dame de Paris), guardò in alto nel cielo, poi si voltò e, con tono solenne, parlò alla moglie, ai nove figli nani albini, e alle loro gargolle, che stavano leccando yogurt per i malati di colesterolo da un’acquasantiera di marmo.

– Ho contato tredici tordi. È il segnale.

– Che segnale, Roberto?! Dimmi! disse la moglie, angosciata, circondata da tutta la buffa famiglia rivolta verso di lui, compresi gli animali di marmo col colesterolo alto.

– E che cazzo ne so.

Ed è così che viviamo ancora oggi.

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