Dal gastrofighettismo si può guarire

Devo farvi una confessione: io sono un gastrofighetto, je suis en gastrophistiqué. O meglio, lo sono stato.

Meglio ancora: ero un gastrofighetto e ne sono uscito, ma ne porto ancora addosso i segni, tra i quali qualche smagliatura sui fianchi, un piccolo ictus con temporanea paresi facciale prima di riuscire a mettere nel carrello lo yogurt (pur buonissimo che sia) del discount, e qualche taglio che mi sono inflitto sui polsi una decina d’anni fa con il coltellino dell’apribottiglie per rimediare qualche like compassionevole sul mio blog enogastronomico, in cui ero arrivato a suggerire gli abbinamenti giusti con le acque minerali.

Sento di esserne uscito, ma di certe cose mi resteranno per sempre le cicatrici, oltre al peso del ricordo degli sguardi imbarazzati degli altri clienti che mi vedevano, paresi facciale attiva, impiegare una ventina di minuti a scegliere il tonno da donare alla Raccolta Alimentare.

Ma cosa significa essere dei gastrofighetti?

Non è difficile da spiegare: ce l’avete tutti un amico che, cascasse il cielo, deve suggerirvi dove comprare il Miglior Gorgonzola degli Undici Universi mentre gli stavate giusto dicendo che adorate il Galbanino e che il Gorgonzola vi ha sempre fatto schifo, anche senza mai assaggiarlo. Questo perché per il gastrofighetto è inaccettabile che semplicemente non vi piaccia qualcosa, dovete provarla. E se poi non vi piace lo stesso, dev’essere perché quando avevate cinque anni siete stati aggrediti alla gola da un cane randagio mentre davate il primo morso a una fetta di pane e gorgonzola. Dovete soffrire di disturbo da stress post-traumatico, altrimenti il gastrofighetto non se lo spiega. E non ditemi che non avete tutti un’amica finita al pronto soccorso per un colpo apoplettico quando le avete confessato (sì, perché all’amico gastrofighetto i gusti si confessano) che il gelato vi piace solo nocciola e limone, perché certi gusti sono inammissibili e certi abbinamenti criminali. E guai a recitare al gastrofighetto il degustibus, perché ha sempre pronta a portata di mano una copia della Fisiologia del Gusto di Brillat-Savarin, e non ha paura di usarla.

Sia chiaro, però: un gastrofighetto non è solamente un appassionato del bere e del mangiare, un gourmet, che si scontra con la penosa realtà di chi si nutre, dal suo punto di vista, senza troppa attenzione e senza troppo entusiasmo. Il vero gastrofighetto è colui che muore dalla voglia di dimostrare a tutti voi, al mondo intero, che sa qualcosa che voi non sapete, che sente qualcosa che voi non sentite. Vuole educarvi. Anzi, vuole rieducarvi. Vi guarda compassionevole, con atteggiamento ieratico, dall’Alto del Settimo Cielo mentre voi siete intrappolati nella Tetra Palude della Grigia Fettina di Vitella. Sì, voi: poveri figli di un DOP minore, dovete essere salvati. Il gastrofighetto ha visto la Luce, e ve la spara in faccia con la torcia, di notte, facendovi spalancare gli occhi, controllandovi le iridi, sicuro che i bulbi oculari siano gonfi e arrossati, convinto che sia impossibile che dormiate bene dopo aver mangiato quella pizza dall’impasto non lievitato 40000 ore in una madia di faggio, a temperatura costante, facendogli ascoltare Mozart.

Insomma, un gastrofighetto vi viene a destare dal torpore, deve fare proselitismo, non può accettare il vostro lassismo: è un missionario, è un prete, è Don Camillo che vuole convertire Peppone proponendogli una comunione a base di Piadina Romagnola con Squacquerone, erbette e Prosciutto di Parma 36 mesi, cercando di strapparlo via dalla pagnottella col salame e dal Duralex colmo di Lambrusco; vi vuole deportare dall’Osteria alla Chiesa della Felicità.

Va bene, spero di essere stato chiaro, ma visto che sono stato un gastrofighetto, com’è essere così, da dentro?

Vi faccio un esempio. C’è una scena di un film di Nanni Moretti in cui il protagonista si dispera con i commensali, perché in tavola c’è un enorme Mont Blanc e lui ha il terrore che facciano il tunnel, cioè che qualcuno ci scavi sotto, togliendo la panna, corrompendo inevitabilmente l’abbinamento con le castagne e dando luogo a una catastrofe.

Il gastrofighetto, cioè io stesso qualche anno fa, vede Moretti aggredire i commensali ancora prima che tocchino il dolce e pensa: “Giusto! Bravo! Fermali! Impedisci a quegli infedeli di fare dei danni! Spiegagli! Mostra loro la retta via!”, cioè non si copre il volto con la mano e pensa come una qualunque persona sana di mente: “Madonna che cacacazzi!”.

Il problema è che quando il gastrofighetto si rende conto di essere ignorato, se non addirittura schifato, dai commensali, soffre molto, si chiude in sé stesso, non parla più con nessuno, si chiude in bagno e ripensa asciugandosi le rarefatte lacrime della solitudine a quello che sente come il suo unico vero amico, Franz Joseph Rottonara, umile pastore dell’Alta Val Badia, custode di antiche tradizioni, uomo dai valori saldi come i calli delle mani e soprattutto unico produttore rimasto dell’imperdibile Strapuzzone Concentrato di Vacca Trizampe Pervinca Chiaro, prodotto nella malga di famiglia una volta ogni 10 anni in una formina da 100 grammi, che costa 10000 euro al chilo per un ricavo di 1000 euro, con cui il pastore si compra la grappa, l’unico alimento che riesce a digerire, per i 10 anni successivi. Capite la tristezza?

Definito il disturbo di queste persone infelici: come uscirne? Come recuperare questi umani derelitti? Ci sono due strade possibili.

La prima è fargli seguire una Terapia Intensiva di Economia Domestica con specializzazione in 3×2 e Scaffali Bassi, perché ovviamente il gastrofighettismo è un insistente scialare in prodotti diversi dagli altri, non compatibile con la frugalità. Non è necessario essere poveri o giocarsi tutto lo stipendio sullo scudetto della Spal, basta sentirsi poco abbienti e comportarsi di conseguenza, razionalizzare le spese.

La conversione non è facile, perché il gastrofighetto è abituato a cedere un quinto dello stipendio alla migliore enoteca della città e a dare il resto in beneficenza a Eataly, ma è una strada percorribile, grazie all’aiuto della neonata Cooperativa delle Matrone del Grande Carrello, donne addestrate dalla vita a sfamare con 25 euro a settimana il marito ciccione, il figlio disoccupato quarantenne ancora in casa con moglie e figli, una mezza dozzina di figli ventenni studenti fuorisede, i nipoti, i cugini fino al quarto grado, i dirimpettai, gli autisti dei bus dell’azienda regionale, il figlio della portiera che ha giocato a pallone tutto il pomeriggio, i muratori bielorussi che stanno costruendo il palazzo di fronte e due colonie di gatti.

Il gastrofighetto in rieducazione viene accolto in clinica e posto sotto l’ala di una di queste donne potenti e misericordiose e sottoposto dalla sua sponsor a una serie di esperienze riabilitative, sofferenze atroci e ripetute, tra cui:

Quello che C’È, C’È — ovvero la spesa al mercato poco prima della chiusura per approfittare dei prezzi bassi, spesa minima 20kg;

Un’Ora alla Settimana di Lidl Estremo — solo prodotti in offerta e in scadenza, per organizzare una cena per 10 adulti e 6 bambini con 5 euro, compresi i tovaglioli e dei libri da colorare;

L’Acquisto del Vino alla Cooperativa Sociale — a scelta tra bianco, rosso e rosso chiaro e con valutazione dell’armoniosità della bevanda previa compilazione della scheda con analisi visiva, olfattiva e gustativa; finale con sollevamento tanica di plastica bianca da 25 litri e recitazione obbligatoria del mantra “Oh, però niente male per un euro e venti al litro!”;

Un, Due, Tre, Stella! — una versione adattata del famoso gioco, in cui la sponsor conta e si volta all’improvviso. Se il malato è riuscito a restare immobile senza avvicinarsi all’apposito tavolo ricoperto di caprini erborinati francesi bene, altrimenti viene subito bersagliato dalla sponsor con gli zoccoli di pioppo d’ordinanza e gli viene imposta una Rosetta con la Mortadella dell’Alimentari all’Angolo IGP.

La Colazione — a scelta con Frollini Generici e Latte della Centrale o, per chi la preferisce salata, con Finisciti La Pasta al Forno di Ieri.

Il Brindisi — un cin-cin in compagnia assieme ai vecchi amici del corso da sommellier, davanti ai quali il malato dovrà aprire a sorpresa una bottiglia di Frizzantino di Zio Oreste, stappandola con un frullino, servendo lo spumante nei bicchieri dell’acqua sciacquati al volo e declamandone convinto le sorprendenti qualità aromatiche e il rapporto qualità/prezzo di fronte all’imbarazzo degli ospiti. L’esercizio si chiude con l’affermazione soddisfatta “Quest’anno è ancora meglio dell’anno scorso, nonostante quella perdita di benzina dal trattore!”.

In genere bastano due o tre mesi di terapia correttiva e il gastrofighetto inizierà a farsi la salsa di pomodoro in casa, da solo, con i San Marzano contrattati mezz’ora col banchista casertano a 2 euro la cassetta da 10kg, e la imbottiglierà nelle Peroni da 66 come da tradizione. Si potrà però dire pienamente guarito solo quando inizierà a regalarla a parenti e amici, con orgoglio.

La seconda strada è il Disvelamento, un percorso che consisterebbe nel far vivere per un anno il paziente camuffato tra i larici a spiare Franz Joseph Rottonara. Il gastrofighetto in purificazione scoprirebbe così la vera natura del Rottonara, ben diversa da quella precedentemente idealizzata. Il pastore infatti, conosciuto in paese come ‘L Porzelat, il maiale scadente, non è in realtà né un fine artigiano del formaggio, né un uomo semplice dal cuore d’oro e dai valori antichi, e non è nemmeno nato in Alta Val Badia, visto che è apparso dal nulla occupando una vecchia malga abbandonata, bensì un bieco commerciante, sceso in città con il solo scopo di circuire i gastrofighetti durante un imperdibile Festival del Gusto con ingresso a 20 euro (degustazioni escluse), ai quali decantò, ammassati intorno al suo banchetto ubriachi di Gewürztraminer a 15°, le lodi del suo formaggio speciale, in realtà una caciottina insipida fatta maturare sei mesi nel portabagagli della sua Panda Fire convertita a gas, convincendoli a comprarlo tutto. Il paziente scoprirà infine che le Vacche Trizampe Pervinca Chiaro non sono altro che delle povere bestie a cui l’aguzzino, un alcolizzato pigro e crudele, spezza sin da piccole una gamba per risparmiarsi di portarle al pascolo e il cui tipico colore del manto è dovuto a una carenza vitaminica dovuta all’alimentazione a base di truciolato e copertoni bruciati. A questo punto al paziente cadrà dalle mani il binocolo mimetico, aprirà gli occhi e fuggirà in direzione del primo minimarket, in cerca di un Panino con Bel Paese e Salame Milano e un Peroncino fresco, mentre il Rottonara proseguirà indisturbato senza scrupoli nel suo svacco in mezzo alle montagne, ubriaco di grappa.

A questo punto qualcuno di voi sarà curioso di sapere come ne sono uscito io.

Beh, sarebbe una storia lunga e noiosa, molto personale, non credo interessante. Sicuramente è stato un travaglio sofferto ed è un processo ancora in corso, durante il quale ho dovuto analizzare me stesso, iniziare a sanare i debiti, lasciarmi alle spalle una serie di condizionamenti familiari e tutti i bisogni indotti, puntando dritto verso la realizzazione di tutto il mio potenziale creativo.

Magari un giorno ve ne racconterò di più.

Cordialmente vostro, Franz Joseph Rottonara.

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