Un inizio

Quand’ero piccolo odiavo giocare a Risiko: il mondo su quella mappa, con i dadi lanciati sopra a caso e i carrarmatini di plastica col cannone storto, pareva tutto finto, senza sogni possibili, niente che si potesse avverare. Le mappe fluorescenti che vedevo nelle grafiche elettroniche della TV e dei film di quegli anni ’80 poi sembravano luminarie natalizie: linee brillanti, ma che suggerivano storie che sarebbero finite troppo presto. Le mappe dell’aula di scuola invece erano grandi e belle, ma troppo grandi per tenerle in mano, sentirle mie, con troppo poco tempo a disposizione per sfiorarle con calma.

E invece, steso sul mio letto, a pancia sotto sul copriletto blu, con la testa e le braccia a sporgere dal materasso, sfogliavo un grande atlante che mettevo lì sotto, giù per terra sul pavimento di graniglia color paglia, per volare, per vederlo, per quanto possibile, dall’alto, e scrivevo nella mente. Il Patto di Varsavia, sull’atlante come nelle tribune politiche in TV, sembrava voler agguantare il resto d’Europa, il braccio sinistro armato con la Scandinavia e il destro con la Turchia, perché i russi ogni tanto si provava a spingerli con forza verso l’alto, ma poi riscendevano giù piombando per gravità, mentre l’America, appesa al tetto ghiacciato del mondo, colava gocciolando un po’ d’Argentina che si solidificava nell’Antartide, e l’Africa era fatta di forme geometriche da colorare, e la superficie dell’Unione Sovietica era di ventidue milioni di chilometri quadrati o di settanta volte l’Italia: se la guardavi da sud pareva una bestia minacciosa aggrappata sul mondo, se giravi il libro e la guardavi da nord invece sembrava tenere insieme tutto ciò che non era America e non finiva mai, soprattutto se ne guardavi la mappa fisica, un numero di città e fiumi impossibile da ricordare, ma non da sorvolare: a volte mi alzavo dal letto, mi mettevo di fronte alla finestra e guardavo in orizzontale la doppia pagina col planisfero, l’atlante aperto un poco al contrario per simulare un po’ la curvatura della Terra, partivo da Leningrado e sentendomi come Atreyu in sella al Fortunadrago della Storia Infinita facevo ruotare lentamente il libro verso di me, volando sull’Asia, verso est, finché da quell’orizzonte artificiale baciato dal sole che spuntava dal palazzo di fronte non comparivano prima i Monti Urali, e poi giù a destra il grande sopracciglio corrucciato dell’Himalaya, e poi quell’unghiata nel fango che era il lago Bajkal, e poi le prime isole del Giappone, e poi c’era il Pacifico, grande…e poi? E poi vediamo.