A passi di musica sfarzosa

Ai tempi delle Olimpiadi di Londra vidi in TV per la prima volta nella vita qualche minuto di questa cosa fuori dal nostro tempo chiamata dressage: un umano e un cavallo su un prato muoversi a passo di musica sfarzosa, così meravigliosamente coordinati, uniti ed eleganti da risultare commoventi, forse anche più del primo ballo della principessa Sissi.

La telecronaca era quasi sottovoce, curatissima e tiepida come una tazza di tè Earl Grey alle cinque del pomeriggio, a incorniciare di legno dorato quel paesaggio, degno d’un pittore londinese di fine Ottocento iperproduttivo per sfamare la famiglia intrisa di tubercolosi.

Il cavallo danzò con vigore, il crine acconciato come quello di Britney Spears solo pochi anni prima di diventare l’icona di tutte le donne alcolizzate che vivono nelle case mobili ammuffite presso le paludi della Louisiana. L’uomo, agghindato come se non fossero trascorsi centosedici anni dalla prima Olimpiade moderna, salutò infine il Grand Jury levandosi il cappello a cilindro (di morbida pelle di bambino congolese importato dalle foreste tenebrose dell’Africa Nera), a mio parere ampiamente soddisfatto per essere sopravvissuto alle eventuali incandescenze di quella che era pur sempre una bestia forte come dieci uomini.

Infine il cavaliere, orgoglioso della sua grande prestazione sportiva, accarezzò il collo del cavallo e gli sussurrò qualcosa con affettata gratitudine.
E qui l’inquadratura si soffermò sullo sguardo della bellissima bestia mentre ascoltava i melliflui complimenti, smarrita nell’ancestrale ricordo di un prato infinito e tenuto sempre a filo dalle frequenti mangiucchiate insieme al suo branco, una corsetta ogni tanto, senza musica sfarzosa a dettargli le movenze e senza quel peso sulla groppa, con unicamente il Sole a guardarlo dall’alto e a dargli sempre il massimo dei voti.

La telecronaca riprese con il voto (buono) e un altro sorso di voce fuori campo, mantenuta tiepida dalla teiera, a suggerire di dare una bella carota al bravo animale, per premiarlo e farlo contento, ché a suo dire la bestia s’era comportata benissimo, accontentando tutti.

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