Anche se vieni dalle stelle

È notte, l’aria è fresca, e il bambino esce dal cinema, la mano in quella tiepida della mamma, che l’aveva portato a vedere un bel film di fantascienza per bambini, almeno a quello che lei aveva capito dalla pubblicità.

Il film in effetti era pieno di bambini, ragazzini, adolescenti che vivevano in un mondo loro, o meglio: vedendo le cose della vita con quel fantastico luccichio negli occhi che ti fa divertire anche da solo, con un carrello vuoto, sul parcheggio grigio di un supermercato, dove c’è spazio per tutto e tutto è possibile, dove c’è posto per tutti e tutti sono possibili, di notte e di giorno.

Il bambino e la mamma camminano sul viale, allontanandosi dal cinema, passando accanto a un’edicola chiusa, diretti alla fermata del bus. La mamma lo richiama spesso, lo tira a sé, perché la mente del piccolo non è su quel marciapiede, non vede quell’asfalto grigio, non i possibili inciampi, non gli altri passanti, il fioraio, le auto parcheggiate, la fermata, l’autobus che li avrebbe riportati a casa. Guarda in alto il bambino, con gli occhi che riflettono le stelle, anche mentre aspettano il bus.

C’era un alieno buono in quel film. Strano come deve essere un alieno, anche buffo, ma familiare come un compagno di classe, anzi, un amico immaginario, anzi, un animale domestico, anzi il gatto di casa nero e bianco con cui il bambino gioca, il gatto che un po’ lo ignora, un po’ gli importa solo delle cose sue, ma un po’ gli sta vicino, tiepido, sul letto, e lo riconosce anche solo dal rumore dei suoi passi laggiù per strada, venti metri sotto il suo balcone, e il bambino guarda in alto e lo vede che si allunga sulla ringhiera del balcone e miagola, vede che è stato riconosciuto, e salito a casa si toccano, sul copriletto, si accarezzano in silenzio, in una lingua tutta loro, e al bambino sembra di capire certe cose segrete solo quando stai con lui, gli sembra di sentire certe cose segrete solo quando è con lui. Un gatto, una pianta, un cane, un giocattolo, un fratellino appena nato.

L’alieno del film non parlava nemmeno lui, e veniva giù dalle stelle. Ma cosa sono le stelle? Il bambino sa che quell’alieno buffo è sceso dall’alto, dal cielo, lassù dove non si può arrivare, né con la mano né con la voce. Per questo guarda lì in alto, sognante, in cerca di un movimento luminoso in discesa verso di lui. Ma nel contempo sente anche la stretta decisa della mano della mamma, che lo fa salire sul bus arancione e nero, per tornare a casa. Lei è stanca morta, ma è contenta che si sia divertito, ed è piaciuto anche a lei il film, per quanto gli alieni le facciano paura.

Sono seduti sugli unici sedili di formica beige dell’autobus che non siano freddi, e lo sguardo della mente del bambino è oltre le vibrazioni di plastica e metallo dell’autobus vuoto, oltre lo spazio che li circonda. I suoi occhi sono fissi sullo spicchio di cielo nero incorniciato dal parabrezza lì davanti, oltre il conducente, sopra ai palazzi lontani, in cerca di astronavi più veloci di quell’autobus arancione e nero mezzo scassato, ma sente la mano tiepida della mamma sulla coscia e si sente sicuro, a casa, sul letto, come quando accarezza il gatto, come quando i bambini del film giocano con l’alieno, si rincorrono, giocano a nascondino, e infine li tocca e lo toccano, facendolo uno di loro. Insieme, anche se vieni dalle stelle. Insieme, anche se non importa, da dove vieni.

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