Con le mani sporche di finestrino

Nel 1999 presi con un amico un treno notturno che andava da Venezia a Budapest. Volevamo scoprire l’Europa.
Su quel treno verde e bianco che puzzava di alcolici, prugne e disinfettante, su quella decina di carrozze c’eravamo noi due ventenni in vacanza, nessun altro turista, e militari, poliziotti, cani, birra e slivovitz. Ci controllavano il biglietto e i passaporti a ogni frontiera, entrando nello scompartimento e urlando in quattro: il capotreno, due guardie e il più cordiale di tutti, un cane lupo.
Passammo a non più di sessanta all’ora per la Slovenia e la Croazia, poi quando arrivammo al confine ungherese, alle quattro di notte, fermarono di nuovo il treno. Ero esausto e in attesa del capotreno, ma questa volta sentii provenire da fuori urla, abbai, passi di corsa, e ancora urla che si perdevano nella pianura nera, invisibile. Mi affacciai, abbassando con forza il finestrino di acciaio lurido, nero di grasso, per capire.
Stavano staccando gente disperata, aggrappata sotto i vagoni, che fuggiva da una delle tante guerre. Le persone si staccavano, venivano via da sotto i telai dei vagoni senza fare storie, in silenzio. Solo qualcuno si opponeva, ma cedeva subito, arrendevole, come un adesivo inumidito.
Quando vidi quella gente, perlopiù uomini, adulti, molti in mimetica, forse disertori, radunati in fila sulla banchina, con i visi pallidi, gli zuccotti di lana ben calzati in testa, e le mani nere di tutto ciò che si può accumulare sotto un treno, quando guardai uno per uno quegli uomini senza sguardo, neri sullo schermo bianco di nebbia retroilluminata dai neon dei lampioni, sentii come non avrei mai più sentito in seguito la distanza che c’era stata tra la mia vita italiana di coccole e lagne e la vita di quella gente, una vita per me incomprensibile, distrutta, che avevo visto solo in televisione, nel senso di visione a distanza. Quegli uomini probabilmente avevano la mia età, ma in Italia si diventa adulti molto più tardi.
E quando il treno ripartì crollai esausto e mi guardai le mani sporcate dal finestrino, nere come le loro di una sporcizia innominabile, e pensai di non volermele lavare mai più.

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