Il metronomo dell’amore

Tanti anni fa ero in macchina con un amico che guidava la sua bella Panda Fire mentre tornavamo da una partita di calcetto.

Gli scarpini slacciati ancora ai piedi e appoggiati sul cruscotto l’avevano leggermente insabbiato con ciò che si erano portati via dal campo di gioco, io e il mio amico puzzavamo di sudore e chiacchieravamo del più e del meno, della Roma, di qualche film, forse di università, quando, fermi al semaforo, lui mi chiese se mi andassero un po’ di Dream Theater a cannone, con il bel sorriso aperto e lo sguardo malizioso dello spacciatore.

E come no, risposi, d’intesa.

Mentre l’autoradio della Panda faceva tutto quel che poteva, stavo col gomito fuori dal finestrino, lo sguardo che fissava perso i platani del Lungotevere che scivolavano via, il vento che mi scompigliava i capelli che iniziavano già allora a diradarsi, iniziai a pensare alla musica, o meglio a non pensare alla musica, lasciandomi trasportare da tutta quella potenza tecnica arricchita dalle vibrazioni metalliche di quella spoglia lamiera prodotta con passione metalmeccanica a Termini Imerese.

A un certo punto, ricordo bene che avevo lo sguardo su un chiosco, forse un grattacheccaro, ebbi una visione particolare, interiore, un’epifania, che mi accelerò i battiti del cuore.

Incredulo, iniziai a contare tra me e me, poi mi diedi il tempo di ragionarci su per esserne sicuro, e infine, una volta fermi al semaforo successivo, raccolsi il coraggio e dichiarai con orgoglio al mio amico (lui, che conosceva bene la musica, mi diede ragione, incredulo) che avevo riconosciuto che un passaggio del pezzo strumentale appena finito era suonato prima in 13/8, poi in 6/8, infine in 7/8.

Credo di non essere mai stato così lontano dalla fica.

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