Il nome scelto dalla pioggia

Era estate quando andai al concerto di McCoy Tyner a La Palma, a Roma, un’estate di inizio millennio.

Era estate perché si moriva di caldo, e diventò ancora più estate quando un acquazzone pazzesco obbligò il locale a spostare il concerto al chiuso, nell’edificio, dove tra l’umidità e la calca fece ancora più caldo.

Era estate quando il trio di Tyner si dispose sul palco, tutti elegantissimi in abito di lino beige, gessato, con un fazzoletto rosso nel taschino. Era estate e noi eravamo dappertutto, come pipistrelli in una grotta ma in uno stanzone di mattoncini: via le sedie, eravamo in piedi tutt’intorno, eravamo in piedi sopra i tavolini accostati alle pareti ed eravamo seduti per terra, qualche fila, sotto al palco, per far vedere tutti.

Era estate, perché sedermi per terra sul pavimento fresco, a un paio di metri dal trio, mi diede piacere, mentre sentivo il trio prepararsi, dentro, e l’acquazzone sfogarsi, fuori.

Era estate, perché iniziarono a suonare, soprattutto quel vecchio pianista, con un’energia che davvero non ci aspettavamo, pur essendo suoi ammiratori. La loro energia saliva, ci fece dimenticare subito il rumore della pioggia, ed era tutta per noi. Tirarono tutto fuori. Professionisti. Nota dopo nota, mi guardavo intorno, vedevo volti felici e sbalorditi.

Era estate, perché tra il caldo e l’eccitazione per quel concerto straordinario, tra le dita di Tyner che disegnavano e comandavano al piano la sua musica, quella musica che sembrava sempre andare da qualche parte, ondeggiante, in crescendo anche quando calava, complessa ma facile da godere come il mare, iniziammo a spogliarci.

Via qualche bottone di camicia, via le magliette, da pubblico di un concerto jazz ci trasformammo in una curva da stadio, crescendo, innalzandoci sempre di più come la musica: quando il trio finiva un brano all’inizio partivano applausi educati, poi applausi entusiasti, poi urla da gol.

Eravamo nudi davanti alla musica, non c’erano più filtri, ogni tanto mi arrivava l’odore del sudore del batterista, ogni tanto sbirciavo e sorridevo nel vedere gli aloni sotto le ascelle del contrabbassista. Eravamo sempre più forti, sempre più vibranti, stavamo vincendo.

Quando il concerto finì, dalle urla sembrò che avessimo vinto un mondiale di calcio, ma dopo poco Tyner, professionale, ritornò sul palco da solo: la fronte zuppa di sudore e l’abito impeccabile. Con unico gesto, una figura ritmica di un paio di battute, prese il fazzoletto rosso, si asciugò e lo conservò. La pioggia aveva smesso, lui iniziò a suonare di nuovo. Erano i rigori, e li segnò tutti.

Alla fine, Tyner disse per la prima volta dall’inizio del concerto qualcosa che non fosse un breve ringraziamento. Si alzò dal piano, avvicinandosi per farsi sentire bene senza microfono, e fece alla curva: “That was funny, folks, wasn’it? We’re callin’ it hot jazz!” E si voltò. Tra le urla di gioia, scese dal palco e sparì in silenzio. Hot Jazz. Quel nome l’aveva scelto la pioggia.

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