Kamran e i cristalli allo zafferano

Kamran sorride spesso sotto i baffi bianchi, mentre nel quartiere girano un sacco di dicerie sulla sua provenienza.

C’è chi dice che è venuto qui negli anni novanta per scappare dalla polizia che lo accusava del furto di un vecchio camion lasciato lì nel suo paese dai russi, un camion che secondo la polizia era pieno di munizioni, e che qualcun’altro del quartiere invece sostiene fosse carico di enormi peluche cinesi, ma Kamran dice, nel suo italiano incerto ma squillante, che a lui le armi non piacciono e al massimo li avrebbe regalati ai nipoti, i grandi peluche carezzevoli come la seta, e che comunque a quei tempi era già vecchio e ci vedeva poco e ti pare, sostiene sorridendo sotto i baffi bianchi, che con la sua vista pessima si metteva a scappare via dalla polizia guidando di notte un camion pieno di panda giganti con gli occhi ancora da montare, che nemmeno potevano dargli una mano con la strada?

C’è invece chi dice, in particolare una signora che fa la fila dalla dottoressa mentre la figlia colora un libro, che Kamran ha aperto il suo ristorante molto prima degli anni novanta, forse addirittura prima che le pagine locali dei quotidiani iniziassero a riempirsi di trafiletti per suggerire dove mangiare e bere, e molto, molto, prima che nelle grandi città iniziassimo a usare la parola etnico per chiamare tutti i piatti diversi o sconosciuti, pure i piatti che magari provengono dalla Barbagia, dai Nebrodi e dal Carso, posti da cui sono venuti tre dei nonni della signora, sostiene lei mentre passa un pastello viola alla figlia, le carezza la testa, e le dice che stasera sarebbero andate a mangiare da quel signore gentile dove fanno la carne che le piace tanto e che le regala quei dolcetti di cristallo allo zafferano, che Kamran stesso adora.

In molti dicono che Kamran, arrivato qui con le tasche vuote, abbia aperto il suo ristorante tutto ricoperto di maioliche (di cui tutti nel quartiere dicono indistintamente un gran bene) grazie ai soldi prestati da un cugino che stava in Italia già da un po’, un cugino che però, dice il fruttivendolo mentre pesa a una signora quelle stesse melanzane che sostiene di vendere tutti i giorni al ristorante di Kamran, prestava a strozzo e parlava in napoletano, mica in arabo – che poi l’arabo è una lingua che Kamran conosce appena, e comunque gli arabi a lui stanno un po’ sulle palle, non si sa perché, e quando entrano nel ristorante li accoglie in inglese per non dar loro troppa confidenza, anche se poi li tratta come tutti gli altri clienti e porge la sedia alle signore con il velo come il seggiolone alle bambine, anche se del resto del servizio poi si occupa il cameriere, a parte il conto.

C’è addirittura il gommista dietro al benzinaio (che vede spesso Kamran mentre fa il pieno, guidando senza occhiali, sostiene) che ha sentito che è fuggito dal suo paese perché da giovane era uno sportivo forte, un lottatore di lotta libera che aveva partecipato alle Olimpiadi di Mosca (dice il gommista, la prossima volta, di guardargli bene le mani e gli avambracci ipertrofici e tener conto che avrà settant’anni, o almeno crede), ma a un certo punto nel suo paese furono imposte delle regole nuove, che gli impedivano di far carriera, di girare il mondo liberamente per gareggiare, così Kamran se n’è andato via perché lì la lotta non era più libera con l’idea di aprire una palestra e insegnare a noi il suo sport, ma poi ha visto, e questo lo conferma Kamran stesso sorridendo, che a noi italiani piace più mangiare che combattere e così ha aperto un ristorante, facendo venire qui gli arredi originali con un vecchio camion russo e organizzandoci pure la danza del ventre un giorno a settimana, ma ha dovuto mettere delle tende alle finestre che abbassa durante lo spettacolo, perché la danza è solo per i suoi clienti, arabi o meno, anche se poi quando vede un ragazzino che sbircia dalla strada non gli dice niente, ché deve farsi la fantasia, dice Kamran strizzando l’occhio.

Che tutte queste siano solo dicerie o meno, quando passeggio per il quartiere e passo davanti al suo ristorante, Kamran è quasi sempre lì davanti sul marciapiede a succhiare un cristallo allo zafferano, che il ristorante sia aperto o chiuso, vestito di colori chiarissimi in tinta con i capelli bianchi a contrasto sulla pelle scura, con gli occhiali (che evidentemente usa solo quando non guida i camion di notte), una camicia attillata, i pantaloni ben stirati con la piega davanti e le mani incrociate sui lombi con i suoi avambracci ipertrofici, che fa solo qualche passo avanti e indietro e, vigile, saluta tutti i passanti, nessuno escluso, con un sorriso e un lieve cenno del capo, attento a non dare noia a nessuno.

Una pregiata gentilezza d’importazione dedicata a tutti, che obbliga a una breve sosta anche le signore diffidenti che trascinano il carrello della spesa nella salita davanti al ristorante e che forse un giorno, portate dai figli, proveranno la cucina di Kamran anche se non riescono a pronunciare i nomi dei piatti e non si capacitano che si usi lo zafferano in un dolce – perché a Kamran, o almeno così penso io, piace soprattutto riconoscere e sentirsi riconosciuto nel quartiere, a prescindere dalla sua provenienza, dal suo passato, a prescindere dai problemi di vista, a cui molti nel quartiere comunque dicono sottovoce di non credere, soprattutto perché quando affetta l’arrosto caldo dietro al bancone, attività di altissima importanza riservata solo a lui, si toglie li occhiali, perché, dice lui ridendo sotto i baffi bianchi, se no si appannano.

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