La domenica interrotta

Sembrava tutto così distante, era tutto così vicino.

Domenica 17 luglio 1992 avevo quattordici anni, e ricordo le trasmissioni interrotte, le edizioni speciali dalla sigla trombettante e poi immagini televisive sfocate, tremanti, storte, dai colori alterati dal fumo, dall’asfalto incendiato, dai suoni striduli di pianti, sirene e cento allarmi scattati insieme, dalle parole spezzate di chi passava vicino alla telecamera; immagini che riportavano, senza regia, ciò che accadeva in una zona di guerra; un bombardamento o una bomba grossa, da quanto tremavano tutti, cameraman compresi.

Ma l’odore della guerra non c’era per me, l’odore era quello di casa, del soggiorno, del divano, della merenda del pomeriggio, un panino al prosciutto. L’odore della guerra non lo sapevo, io, perché la guerra la conoscevo, e avrei continuato a conoscerla, a malapena, dai libri di scuola, da qualche film, dalle reprimende dei miei nonni che mi esortavano a finire tutto ciò che avevo nel piatto, merenda compresa, ché io ero fortunato e se no loro la guerra che l’avevano fatta a fare. Loro non avevano combattuto, ma era gente nata negli anni ’10, negli anni ’20, e con l’esortazione a mangiare tutto ciò che mi veniva proposto mi volevano dire che erano sopravvissuti, che avevano sofferto, che avevano messo su famiglia, lavorato, avuto figli e nipoti, nonostante tutto. La vita, quando la guerra non c’è, è preparare la merenda ai figli, ai nipoti, di domenica pomeriggio.

Poteva essere la Palestina, o la Somalia, ma seppi che quelle riprese venivano da Via D’Amelio a Palermo, Italia, dal mio Paese. E allora guardavo la TV, e guardavo i miei vestiti. La gente che si muoveva lì nel televisore non era come quella dei film quando scappano da un bombardamento di una guerra appena iniziata. Niente divise, niente armi, solo qualche poliziotto che aiutava qualcuno a stare in piedi e pochi diversi, in giacca e cravatta, gli altri tutti spaventati, angosciati, sporchi di nero e rosso che camminavano scoordinati come zombi, che si tenevano le mani sulle ferite, che fuggivano senza una direzione, andavano da nessuna parte guidati dalla paura, scontrandosi con i vigili del fuoco che accorrevano. Erano vestiti come me, sentivano caldo come me, stavano a maniche corte, con le camicie sbottonate, in bermuda, le scarpe senza calze, venivano come me da un gelato, dal mare, da un parco, da una passeggiata a visitare la mamma di una domenica d’estate italiana interrotta, interrotta per tutti.

E allora capii che quella guerra lì era anche la mia, e con in testa le parole dei miei nonni il panino al prosciutto me lo finii, ma piano piano, senza gusto, senza odore.

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