L’odore dei cassonetti

Faceva molto caldo quel giorno a Roma, era luglio, era ora di pranzo, e tutto mi pareva puzzare: il sudiciume intrappolato nell’asfalto spaccato, l’aria bollente e viziata dei condizionatori delle automobili, il vapore salito dalla merda dei cani e i cassonetti traboccanti di Piazza Santiago del Cile, perché sì, ero ai Parioli, ma a Roma la monnezza è uguaglianza, e l’uguaglianza, troppo spesso, trattata come monnezza.

Mentre mi avvicinavo al mio scooter parcheggiato male tra due cassonetti e iniziavo a prendere fiato sperando di riuscire a tenere l’apnea per tutto il tempo necessario, diedi un’occhiata alla parete del palazzo: era stata ricoperta di manifesti orgogliosamente abusivi neri, bianchi e rossi dai fascistelli di zona.

Non ricordo bene lo slogan sui manifesti, ma era qualcosa che esortava all’azione, alla “rivoluzione”, o a una delle altre forme che prendono, secondo le correnti delle fogne, gli sbuffi del percolato fascista, che si miscelarono perfettamente con i miasmi dei cassonetti che mi invadevano il naso.

Quello che ricordo bene è la nausea, e poi una signora borghese sull’ottantina, i capelli da annunciatrice RAI, dall’abbigliamento elegante ma liso, dai gioielli belli ma di vecchio stile, che camminò davanti ai luridi manifesti, si fermò, li guardò. Fece cadere la sua borsa di pelle rossa sull’asfalto e fece per crollare anche lei, sformando le décolleté di pelle bianca. Corsi ad aiutarla.

“Signora, si sente bene?”

“No,” disse con il fiato strozzato, trattenendo a mala pena il pianto, toccandosi la gola con una mano e con l’altra provando a graffiare un manifesto che inneggiava all’azione “no, perché non c’è niente da fare, ho sofferto tanto, abbiamo sofferto tanto, ma questi non se ne vanno mai via…”

“Come la monnezza, signora, come la monnezza…”

Cercai di tirarla su, cercai di tirarmi su, la consolai, mentre i nostri fiati si rompevano insieme, mentre resistevamo insieme.

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