Messico e nuvole

Il medico dell’ospedale, un italo-messicano con i baffi lunghi come il cognome, spruzzò una bella dose di gel, la spalmò e iniziò la scansione della parte superiore del mio addome.

Ogni tanto mi chiedeva di “respirare profundo”, poi di trattenere il respiro, e cambiava posizione dello scanner. Passò più volte sullo stomaco, sul fegato, poi mi fece mettere sui fianchi, poi tornò sull’addome. Sei, sette scansioni con il suo sguardo che passava dalla mia pancia al monitor, ma all’ottava successe qualcosa, doveva essere apparso qualcosa sullo schermo. Accigliato, si fermò, e mi chiese di trattenere un altro respiro, ma questa volta doveva essere più piccolo, ecco, no (mi fermò prontamente, poggiando il palmo della mano sul mio sterno), non così, dovevo espirare e farlo ancora più piccolo. Ecco sì, così andava bene. Premette leggermente con lo scanner, ma meno delle altre volte, con circospezione. Mi preoccupai, mi sudarono le mani, sentii freddo, strinsi il pugno destro, sfregando le dita chiuse sul palmo. Cosa mi stava succedendo? L’ecografia mi era stata prescritta perché era qualche tempo che mi sentivo stanco, e i valori del sangue relativi alla funzionalità epatica erano un po’ alti. Ma non mi sentivo così male. Mi disse seccamente che avevamo “terminato”, potevo pulirmi dal gel con quella carta e rivestirmi.

Si sedette al computer e iniziò a scrivere il referto. Io subito, teso, non dandogli il tempo di completare nemmeno una riga: “Allora? C’è qualcosa al fegato?” “No, è tutto a posto. Stia tranquillo, è solo leggermente ingrossato, ma poco, e non c’è altro”. Le labbra serrate mi si aprirono assieme al pugno destro, che lasciò sul palmo bianco i segni rossi delle unghie. Pochi minuti, la stampa di due fogli e una firma, poi spillò le foto al referto e me lo consegnò. Salutai e uscii, curiosissimo di leggerlo come una pagella di fine anno.

Lessi, e finalmente realizzai come spesso siano i medici ad aver paura, come mettano in gioco tutti sé stessi nel loro lavoro, come un medico possa talvolta trasformarsi in un eroe. Non era solo un medico italo-messicano con chissà quale storia alle spalle: lui era di più, era come minimo Emiliano Zapata. Pensai agli eroi civili di cui i telegiornali dicono che “stava solo facendo il suo lavoro”, pensai a quanto fosse sciocca la mia preoccupazione e provai compassione per quell’uomo generoso, fermo nella dedizione al suo lavoro; anzi: statuario.

Pancreas mal valutabile in quanto mascherato dal notevole meteorismo del paziente

Grazie per sempre, angelo.

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