Nostalgia da mandar giù

La nostalgia è quando capisci che non riavrai mai più indietro l’olio di palma e quella croccantezza e quella friabilità straordinarie che richiedevano secondi interminabili per degustare una Macina del Mulino Bianco non rimanendo soffocati solo grazie all’aiuto di un litro di latte tiepido bevuto d’un fiato (ora respira) e poi era domenica mattina, pallone per cinque ore, gol, cazzate e litigi, l’autobus del ritorno, i piedi gonfi e l’inconsapevolezza di aver portato a casa una delle migliori giornate possibili.

Lo sapeva bene anche Marcel Proust, con le sue madeleine burro-uova-zucchero-farina in parti uguali, il tè allappante della zia, e mille fogli di carta bianca davanti.

Lo sa anche il mio gatto con i suoi croccantini al tonno, quando mi dimentico di cambiargli la ciotola dell’acqua, non piove da giorni e torno dall’ufficio e lo trovo in giardino che addenta una pianta grassa, come gli ha insegnato la mamma durante lo svezzamento, per i momenti di siccità.

Lo sa soprattutto quel ragazzo in fila per il kebab alle sei del mattino, con in mano pochi spicci, che deve scegliere tra la fame, la sete e il sonno, e sceglie un kebab completo e un cappuccino tutto panna per poi sorridere faticosamente ricordando tutta la musica che ha ballato e quella ragazza che non rivedrà mai più e che non dimenticherà mai.

La felicità invece, lo sappiamo bene, è un bicchiere di vino con un panino, ed è molto più semplice da mandar giù, salvo pancarrè.

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