Nota di colori

Un tempo in Italia regnavano pressoché indisturbati il rosso della passione, della lotta, del sangue, della giustizia, dell’ingiustizia, dell’ira, del vino e delle salsicce; il bianco dell’equilibrio, della compostezza, del conformismo, di milioni di FIAT, di milioni di colletti e di milioni di cannoli in dono; e infine il nero, il buio della ragione e del sentimento, dell’ombra dell’anima, il colore del segno delle sgommate futuriste, del petrolio, dei poteri occulti, del marciume, del ripieno delle finestre tutte uguali di palazzi troppo grandi costruiti da un regime che col nero aveva colorato anche i morti congelati sulla neve, raccontati con lo stesso colore dai segni ruvidi, spaventosi e naturali di Mario Rigoni Stern.
Un tempo tutto era così netto, pochi e distinti colori, poi cadde un muro (alcuni dicono per un errore, ma al muro non importò, ché era comunque molto stanco), caddero quelli appoggiati sul muro, e tra mille capriole la gente si confuse e in Italia si perse il quadro generale, o meglio se l’era rubato, cornice compresa, un seducente pavone nano, che iniziò il suo periodo blu doppiopetto, che pareva non finire mai, ma che finì di una fine lenta ed estenuante, tra pessime imitazioni senza limitazioni.
Oggi, invece, si portano molto un verde brutto, mimetico e bilioso, un rabbioso e invadente giallo itterizia e poi tanti scialbi rossi possibilisti e qualche rosa rosuccio rosolio per sentirsi dolci e buoni e non farsi notare troppo alle feste, quei rossi così pallidi, insomma, che spegni e riaccendi lo schermo perché pensi si sia guastato o a un improvviso attacco di daltonismo, ma non cambia niente, ché sembra abbiano perso contrasto per sempre, sempre più diluiti, sempre più sullo sfondo.
Ma io oggi scelgo per me, e se volete per voi, la tavolozza del viola, del celeste e dell’indaco: viola, il colore della meditazione, della creatività, quello che hanno scelto in pochi e odiato in molti, il colore reietto, soprattutto a teatro, perché contraddistingueva la quaresima, quando le recite, in via o in piazza, erano vietate e i muri (costruiti dagli altri e non) sembravano davvero troppo alti per essere scavalcati; celeste, quello degli occhi del nostro affidabile e anziano Capo dello Stato, che per non farci sentire paura del buio ci ha letto una favola per insegnarci che qualcosa di bello è comunque stato e sarà possibile; indaco, una tintura blu speciale, il colore di quei sette che non ti ricordi mai, ma che quando lo vedi, quando lo individui, quando lo capisci, prendi in mano i panni nuovi e inizi a tingerli di quel bel colore, per ciò che verrà, ciò che desideri, ciò che ti farà stare bene, in questo anno nuovo.

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