Sempre a testa alta

Nel 1989, per chi non lo sapesse, esisteva una cosa (abbastanza grande) che si chiamava Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, più in breve Unione Sovietica, più in breve URSS. URSS era in italiano, però, perché i suoi abitanti, gli urssi, la chiamavano CCCP. Questa URSS era grande un bel pezzo di mappamondo, aveva molti abitanti, era molto forte nello sport, e per gli appassionati degli sport in cui questa URSS era molto forte, tra cui il calcio, CCCP (che era sempre scritto ben grande al centro della loro maglia, in bianco su rosso o in rosso su bianco) aveva un doppio senso: Col Cavolo Che Perdiamo, declinato alla romana in Cor Cazzo Che Perdemo anche da me e gli amici con cui giocavo a pallone in cortile.

Nel 1989, semmai qualcuno non lo sapesse, avevo undici anni, e ricordo un giorno, un giorno caldo di giugno, in cui si organizzò una partita in un campo di calcio. Era un campo di calcio vero, nel senso di un grande rettangolo di pozzolana con le porte arrugginite in quel del Tufello, e per sentirci tutti una squadra vera e fortissima, come le nazionali dell’URSS, facemmo una colletta e ci comprammo ’a majetta. Era la stessa maglietta bianca di cotone per tutti -valle a trovare rosse- da un pacco da dieci, tutte della stessa taglia, comprato al banchetto al mercato per diecimila lire (nel 1989 c’erano delle monete chiamate lire). Essendo tutte uguali, c’era a chi la maglietta andava bene e a chi andava stretta, ma nessuno fece storie, nemmeno il portiere, soprattutto perché lui stava in una tuta, presa al mercato da sua madre: ben felpata per proteggerlo dalla pozzolana e dai sassi lunari che la popolavano; durante la partita avrebbe poi sudato molto.

Sulle magliette, con il pennarello rosso, avevamo scritto dietro i numeri belli grandi, davanti CCCP e, davanti e dietro, ci avevamo fatto anche un po’ di righe verticali sottili, che vennero un po’ storte. L’allenatore era il padre di uno di noi, uno che accettò di essere il nostro mister, ma lui voleva che lo chiamassimo trener perché in nella lingua degli urssi si diceva così. Il trener mentre ci riscaldavamo non ci diceva come giocare, non ci diceva la posizione, non ci diceva niente, se non che dovevamo giocare sempre a testa alta, senza guardare il pallone.

Poi giocammo, e noi eravamo tutti orgogliosi, per noi quella maglietta di cotone era come la seconda maglia della nazionale dell’URSS, eravamo come le riserve della rivoluzione, diceva il trener, e mi sa pure che lui doveva essere un po’ come quel signore che si vedeva in TV con la macchia sulla testa, il signor Gorbaciov, perché quel giorno perdemmo di brutto, mi pare 9 a 2, guardando poco il pallone, ma giocando sempre a testa alta.

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