Un pallone di carta, che non costava niente

Era il 1987, avevo nove anni e ai miei compagni di classe, a mensa, prima della ricreazione, dicevo adesso parliamo che c’è un problema, ché secondo me quei robot giapponesi costavano troppo, ché alla fine ci giocavi mezz’ora, ti rompevi le palle e finivano come soprammobili, e poi erano robe di guerra e la guerra era una cosa brutta, come le armi e i soldatini, c’avevo i genitori comunisti io, e dicevo loro che ci servivano i soldi per comprare il pallone nuovo, se no a ricreazione, sull’asfalto del cortile della scuola, che facevamo?, se no il pomeriggio, sull’asfalto dei cortili sotto casa, che facevamo?, e che se continuavano a rompere le palle ai genitori per quelle cazzate di robot e per il nuovo DonkeyKong, poi quelli non gli davano più niente, niente paghetta e quindi niente colletta, niente mille lire a testa per comprare a diecimila lire il Tango di gomma pesante per giocarci in cortile, ché con quello ci sentivamo come Maradona, e ci sarebbe toccato di nuovo il SuperTele mongolfiera da duemila lire e sperare che non si alzasse il vento, che poi si alzava sempre, il vento, e al primo tiro così così, quello schizzava in alto per una blanda corrente ascensionale e finiva, perduto per sempre, fuori della scuola, o sul balcone di qualcuno che ci odiava perché gli rompevamo le palle mentre riposava il pomeriggio, e noi niente, ci toccava tornare a casa a metà pomeriggio senza aver giocato, senza aver goduto, e finivamo certe giornate insoddisfatti, infelici, incompleti, cioè con le ginocchia ancora integre, con le magliette pulite, e finivamo sul divano sbattuti a guardare la tivvù finché non era ora di cena: depressi, piccoli, ma pronti a odiare, certo, a essere incazzati con mamma e papà, a invidiare agli amici i giochi delle pubblicità.

Ecco come ci volevano, e io lo avevo intuito, ero piccolo ma l’avevo intuito, c’avevo i genitori comunisti io, e i miei compagni di classe, mentre gli rompevo i coglioni per il pallone, annuivano pure, ma sapevamo tutti che i nostri genitori, pure i miei, del giocare a pallone sull’asfalto avevano paura, non ce lo finanziavano, era una cosa da coatti, da cafoni, giocare in strada, dicevano, ed era pericoloso perché ci passavano le macchine in quei cortili asfaltati dove le porte del nostro campo erano quelle di lamiera dei garage.

Poi però dopo pranzo, ancora senza una soluzione, tornammo in classe con la maestra, quella del pomeriggio, che non ci faceva fare niente, e mentre pensavamo e non facevamo niente, cioè facevamo ricerca, filosofia, scoprimmo, roba da Nobel, che potevamo costruirci una palla con la carta, appallottolandola e chiudendola con il nastro da pacchi, che veniva fuori un pallone che non rimbalzava e andava irregolare, ma costava niente e ci si divertiva lo stesso, e se quello che stava in porta ti stava sulle palle, volevi segnargli, potevi punirlo duramente tirando forte, anche se rischiavi di perdere la sensibilità a una caviglia, ma insomma, Maradona al piede sinistro aveva subito un intervento che aveva il piede al settanta per cento, dicevano in TV, e noi volevamo essere come Maradona, volevamo rialzarci sempre dopo i fallacci, dopo quelle entratacce da dietro a pie’ pari, correndo, cadendo, rotolando come lui, tutti sporchi, finché non si segnava, finché non segnava un compagno, fino all’ultimo tiro, quando lo scotch mollava e la palla di carta si disfaceva in volo e si trasformava di nuovo in fogli accartocciati coperti di scarabocchi, da cui rinasceva presto un pallone nuovo, che si portava fuori di nascosto, perché anche quel pallone irregolare ma economico era vietato dai grandi, che non ci volevano così, fuori controllo.

Era il 1987 e avevamo tutto, era tutto a portata di mano e di piede, il gioco, il divertimento, l’odio, la rabbia, il sudore, le rotule-hamburger, le risate, le magliette strappate, la vergogna per un tiro sbilenco e il ricordo imperituro di una sberla di collo pieno, perfetta, sotto il sette della porta, un gol, il botto pazzesco, misterioso e bellissimo di un pallone duro di carta e scotch sulla serranda di lamiera di un garage vuoto e i vicini che si incazzavano e noi che gli ridevamo contro seppellendo la loro rabbia sotto le nostre risate mentre ci rovesciavano addosso dai balconi le loro bacinelle d’acqua fredda, ma noi non smettevamo di ridere di loro, perché noi avevamo tutto, e a nessuno di noi niente costava davvero niente, nemmeno mille, nemmeno diecimila lire per un Tango, quello di gomma pesante, perché Maradona lo so, ci avesse visto giocare, avrebbe sorriso, gli saremmo piaciuti anche così, con un pallone di carta, che non costava niente.

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