Un pallone pieno di idee

Era metà degli anni ottanta, penso che fosse primavera, avevo otto o nove anni e ai miei compagni di classe, a mensa, dicevo adesso parliamo che c’è un problema, ché secondo me quei robot giapponesi costavano troppo, ché alla fine ci giocavi mezz’ora, ti rompevi le palle e finivano come soprammobili, e poi erano robe di guerra e la guerra era una cosa brutta, come le armi e i soldatini, e dicevo loro che ci servivano i soldi per comprare il pallone nuovo e che se continuavano a rompere le palle ai loro genitori per quelle cazzate e per il nuovo DonkeyKong, poi quelli non gli davano più niente, niente paghetta e quindi niente colletta, niente 1000 lire a testa per comprare a 10000 lire il Tango di gomma pesante per giocarci in cortile (ché con quello ci sentivamo come Maradona e Gullit) e ci toccava di nuovo il SuperTele mongolfiera da 2000 lire e sperare che non si alzasse il vento, che poi si alzava sempre, e al primo tiro così così, quello schizzava in alto per una blanda corrente ascensionale e finiva perduto per sempre dietro a una pianta di ficus sul balcone di qualcuno che ci odiava perché gli rompevamo le palle mentre riposava il pomeriggio, e quindi noi niente, avevamo perso tutto, ci toccava tornare a casa a metà pomeriggio senza aver giocato, senza aver goduto, e finivamo certe giornate insoddisfatti, infelici, con le ginocchia ancora integre, con le magliette pulite, sul divano a guardare la TV finché non era ora di cena: depressi, pronti a odiare e a invidiare agli amici, ai compagni di scuola, i giochi delle pubblicità.

Ecco come ci volevano, e io lo avevo intuito (c’avevo i genitori comunisti, io), e i miei compagni di classe annuivano pure, ma sapevamo tutti che i nostri genitori, pure i miei, del giocare a pallone sull’asfalto avevano paura, era una cosa da coatti giocare in strada, dicevano, ed era pericoloso perché ci passavano le macchine in quei cortili asfaltati dove le porte del nostro campo erano quelle di lamiera blu o grigia dei garage, e quindi niente, non ci avrebbero mai finanziato l’acquisto di un pallone.

Poi però il giorno successivo, ancora senza una soluzione, tornammo in classe dopo il pranzo in refettorio, e mentre pensavamo e non facevamo niente (cioè facevamo ricerca, filosofia), scoprimmo che potevamo costruirci una palla con la carta (il primo compito dei filosofi è esplorare il mondo delle idee) dei nostri disegni, appallottolandola e chiudendola con il nastro da pacchi, che veniva fuori un pallone che non rimbalzava e andava irregolare, ma costava niente e ci si divertiva lo stesso, e se quello che stava in porta ti stava sulle palle, volevi segnargli, potevi punirlo duramente tirando forte, anche se rischiavi di perdere la sensibilità a una caviglia, ma insomma, Maradona al piede sinistro aveva subito un intervento che aveva il piede al 70%, dicevano in TV, e noi volevamo essere come lui e rialzarci sempre dopo i fallacci, dopo le entratacce da dietro a pie’ pari, correndo, cadendo, rotolando come lui, tutti sporchi, finché non si segnava, finché non segnava un compagno, fino all’ultimo tiro, quando la palla di carta si disfaceva in volo e si trasformava di nuovo in fogli accartocciati coperti di scarabocchi da cui sarebbe rinato presto un pallone nuovo, che si portava fuori di nascosto, perché anche quel pallone irregolare ed economico era vietato dalla scuola, dalle maestre, dai genitori, dai grandi, che non ci volevano così, fuori controllo.

Era metà degli anni ottanta e avevamo tutto, era tutto a portata di mano e di piede, il gioco, il divertimento, l’odio, la rabbia, il sudore, le rotule come hamburger, le risate, le magliette strappate, la vergogna per un tiro sbilenco e il ricordo imperituro di una sberla di collo pieno, perfetta, sotto il sette della porta: un gol, il botto pazzesco, misterioso, bellissimo e filosofico di un pallone duro di carta e scotch sulla serranda di lamiera di un garage vuoto e i vicini che si incazzavano e noi che gli ridevamo contro seppellendo la loro rabbia sotto le nostre risate mentre ci rovesciavano addosso dai balconi le loro inutili bacinelle d’acqua fredda, perché noi avevamo tutto, e a nessuno di noi niente costava davvero niente.

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