Via Cervello

Era un bel primo pomeriggio di primavera, come chiamano l’inverno in Sicilia.

Una micromacchina gonfiata e sgonfiata da arie neomelodiche a tutto volume finalmente si allontanava mentre mi inoltravo nella Kalsa digerendo un paio di arancine e camminando mollemente in una via lunga e bianca, grigia e ocra, di quelle con tanti balconi e piena di auto parcheggiate male, le quali mi avevano però dato l’opportunità di passeggiare nel pieno della strada, facendomi così sentire persino più libero, visto il poco traffico.

Quando però fui obbligato a fermarmi per scansarmi e far passare un’altra macchina, quella paciosità fu rapita, mi distrassi dalla passeggiata, temetti di aver perso per sempre qualcosa. Ma la via eseguì prontamente gli ordini impartiti dall’alto. Mi colse di sorpresa e mi stordì con un ceffone e il suo manrovescio, due potenti sventagliate: il profumo del pane che soffiava dal forno poco più avanti e la brezza di citronella dei panni puliti, sventagliati con vigore sulla mia testa dal molle scirocco. Pane caldo davanti a me, fresca citronella sopra di me, le arancine dentro.

Imparai subito il nome della maliarda: Via Cervello, e mentre la percorrevo pubblicitariamente felice, ebbro di profumi che non se ne andranno più via dai miei ricordi, e gettavo lo sguardo lì a destra su due cagnoni costretti dolcemente a terra dal vento caldo proprio a destra e a manca di un vaso, come a fargli una guardia pigra, realizzai che non ero in uno spot promozionale per viaggiatori indecisi, e che quelli laggiù in fondo (uno sciame di bambini ululanti, bianchi, neri e gialli) stavano davvero giocando a pallone per strada in pieno terzo millennio, divertendosi sfrontati senza tecnologia e facendo svegliare e incazzare i genitori in pennichella, e che quella via aveva lo stesso nome di quel pezzetto di me che Palermo, la mandante dei ceffoni, la proprietaria del ventaglio, aveva appena sequestrato, senza possibilità di riscatto, per sempre.

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