Una volta eravamo il mare

La povertà ci fa paura e abbiamo il terrore dei poveri: ce lo hanno insegnato e, diligentemente, lo abbiamo imparato.

Sì, ma quale povertà?

Abbiamo imparato a diffidare dei poveri, i poveri che migrano, i poveri che scappano, i poveri di terra e di mare: ad aver nausea dei vestiti vecchi e delle scarpe consumate, a sospettare che vogliano rubarci qualcosa, a temere che possano contaminare il nostro mare, le nostre isole, le nostre località di villeggiatura, a pensare che solo sfiorare camminando sul marciapiede un mendicante rischi di corrompere irrimediabilmente la nostra bella figura, i nostri abiti firmati, dalle cuciture precarie, comprati a saldo al centro commerciale.

Abbiamo imparato a pensare che i poveri mangino solo schifezze, non i nostri begli spaghettini con le vongole striminzite a 14 euro nel ristorantino sul litorale cementificato.

Abbiamo imparato a sentirci orgogliosi al primo giro con l’auto nuova, bella lucida, comprata “a partire da 130 euro al mese”, lanciando occhiatine compiaciute al disgraziato con la macchina sgarrupata di vent’anni.

Ci siamo convinti che i poveri non si lavino, che non siano vaccinati, che portino malattie, abbiamo imparato a stare attenti a non toccarli o comunque a lavarci dopo le mani con il detergente antibatterico sempre in borsa, a portata di mano.

Speriamo, inconfessabilmente, che qualcuno spazzi via la povertà e i poveri come fossero immondizia, in nome del decoro. Non vogliamo più vederli.

Abbiamo imparato a guardare un povero, sconosciuto o meno, straniero o meno, migrante o meno, rifugiato o meno, e riconoscervi un ratto, uno sgusciante animale di fogna dal manto liso e sfilacciato.

Abbiamo imparato a non vedere più l’uomo, a pensare che la civiltà, l’obiettivo comune, sia la comodità di quel bel divano pulito pubblicizzato in TV con la struttura in pessimo truciolare nascosta dall’ecopelle dal finto artigiano in salopette e dal suo finto dialetto, ci siamo convinti che l’obiettivo comune sia l’auto che guidi e parcheggi da sola e non farsi quattro passi guardandosi intorno, facendo parte del paesaggio; che l’obiettivo comune sia l’illusione dell’assoluta necessità dell’efficienza, delle tante notifiche automatiche sullo smartphone, del totalitarismo dell’informatizzazione e quindi precipitiamo nella continua distrazione, nell’evasione da tutto, nell’oblio, nell’insicurezza, lontani da noi stessi.

Una volta eravamo il mare, insieme. Ora non siamo più le piccole ma necessarie gocce d’acqua, siamo gli irrimediabili pezzettini di microfibra che lo inquinano.

Che cosa sia rimasto o ci sia mai stato della civiltà non sappiamo più davvero. Ci siamo dimenticati tutto?

Così non ereditiamo niente, non riconosciamo niente, non siamo niente, diventiamo un cervello enorme e potentissimo ma inutile, perché incapace di analogie con gli altri e gli altri sono tutti, basta non avere visto le stesse serie TV, siamo capaci solo a cliccare per filtrare i prodotti del negozio online da quattro stelle in su in base a centinaia di recensioni fasulle, a ignorare quella voce lì, in fondo a quell’elenco, che grida nausea per tutto questo, che soffre per la rabbia, che muore di vergogna, quella voce che è dentro di noi, inascoltata, disperata, abbandonata.

A farci paura dovrebbe essere questa povertà, la nostra vera povertà.

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