Abbiamo vissuto insieme tredici anni, proprio da quando sono andato a vivere da solo: aveva quattro o cinque mesi e campava per strada rovistando nei cassonetti sotto casa.
Con me nel letto e davanti a me la mattina: io sulla tazza in bagno e lei che entra, mi si ferma davanti, mi guarda e aspetta silenziosa, nera, composta, elegante come sempre.
Odiava stare in braccio, odiava essere presa, e le carezze sempre quando voleva lei: veniva lei, e se le voleva ed ero distratto mi mordicchiava, poi io non riuscivo a smettere.
Sempre in mezzo ai piedi mentre cucinavo, ed erano urli e imprecazioni perché se ne andasse: avevo paura di pestarle una zampa.
In una notte caldissima del giugno del 2003, rientrando a casa tardi al buio, una zampa gliela pestai davvero: sparì, dolorante e offesa, ma pochi minuti dopo era sul mio letto: nera e invisibile, passava quelle notti d’estate a graffiare la parete a fianco al letto, uccidendo le zanzare.
La mattina dopo la ringraziavo con un bacio e pulivo la parete con una pezzetta.
E poi il ricordo, netto: io sul letto, lei vicino a me, tenerissima, nella cuccia morbida con i suoi primi tre cuccioli. All’improvviso la sua rabbia: il micio si era avvicinato di soppiatto e si affacciò nella cuccia, annusò i piccoli e soffiò di spavento. Lei schizzò fuori e lo massacrò di graffi e morsi inseguendolo per casa furiosa, finché lei non tornò dai piccoli e lui stava in un angolino, sanguinante e in un lago di pipì.
Era l’essere più flessuoso, astuto, morbido, egoista, silenzioso, spietato, tenero.
Non vedrò mai più quel piccolo essere che mi si strusciava addosso da tredici anni.
Ieri ho seppellito la mia micia in giardino.

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