Anni fa, durante un mio trasloco, feci un viaggio di almeno un’ora nel retro del furgone per assicurarmi che non si rompessero alcune cose delicate. Tenevo molto a quelle cose, ovviamente, ma fu prima semplicemente scomodo, poi soffocante, nauseante, poi, soprattutto, disorientante. Mi sentii smarrito al punto che ho avuto proprio paura, una morsa allo stomaco, e più volte durante il viaggio chiesi al mio amico che guidava di fermarsi un attimo, aprire la portiera e farmi respirare, guardare un po’ fuori. Lui era incredulo. Quando uscivo, tremavo. Rientravo, ed era come se non fossi uscito. Continuai solo per quanto ci tenevo, alle mie cose, semplici oggetti che neanche ho più. Non sono claustrofobico, sia chiaro, almeno non patologicamente: in altre situazioni analoghe non ho avuto problemi. Andò molto, molto peggio di quanto avessi pensato all’inizio, quando mi preoccupavo solo del fatto che se ci avesse fermato qualcuno per un controllo avremmo preso probabilmente una bella multa, e quando ci fermavamo, magari per un semaforo, sbirciavo dallo spioncino che dava sull’abitacolo per vedere se si avvistavano dei vigili, come quando, grande trasgressore adolescente, cercavo le divise dei controllori a ogni fermata mentre viaggiavo senza biglietto su un bus che andava ad adrenalina. Me la ricordo ancora, nettamente, come un’esperienza orribile. Una volta l’ho anche sognato e mi sono svegliato nel mezzo della notte, nel sudore freddo. M’è rivenuta in mente giusto ieri.

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