Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.

(C.C.C.P.)

(una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 9 novembre)

Io nel 1989 di anni ne avevo quasi dodici e C.C.C.P. aveva

quel doppio senso (declinato alla romana in Cor Cazzo Che Perdemo) anche per me e gli amici con cui giocavo a pallone in cortile.
Una volta si organizzò una partita in un campo di calcio vero, nel senso di un grande rettangolo di pozzolana con le porte arrugginite al Tufello, e per sentirci tutti una squadra vera facemmo una colletta e ci comprammo ’a majetta.
Era la stessa maglietta bianca di cotone per tutti, da un pacco da dieci della stessa taglia comprato al banchetto al mercato, c’era a chi andava bene e a chi andava stretta, ma nessuno fece storie.
Sulle magliette, con il pennarello rosso, avevamo scritto dietro i numeri belli grandi, davanti C.C.C.P. e, davanti e dietro, ci avevamo fatto anche un po’ di righe verticali sottili, un po’ storte.
Era come la seconda maglia della nazionale dell’URSS, eravamo come le riserve della rivoluzione, e mi sa pure che l’allenatore, il padre di uno di noi, doveva essere come Gorbaciov, perché perdemmo di brutto quel giorno, ma a testa alta.

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