Cos’è l’integrazione se non, innanzitutto, disponibilità all’ascolto?
Prima ho sentito una mano sulla spalla: era un terrorista. Era un uomo
anziano, aveva il girello esplosivo, e voleva farsi saltare proprio
mentre stavo blaterando sui social delle conseguenze di quello che fanno
lui e i suoi colleghi. Gli ho detto: “Ma ti pare questo il momento? Se
muoio a causa tua mentre sto cercando di ragionare di te qui su Facebook
grazie ai miei contatti così accuramente selezionati, come
facciamo poi a capire chi è l’autore di questa storia e cosa voleva
dirci davvero?” Si è fermato e mi ha chiesto, cortesemente, di darci il
tempo di contestualizzare meglio. Mi ha detto di essere arrivato a
quell’età, così insolita per il suo mestiere usurante, perché mentre i
suoi colleghi vogliono sempre tutto e subito, lui no, è uno che vuol
dare un senso alle cose, ed erano anni che cercava di arrivare in quel
momento, dietro di me ingobbito davanti al PC mentre commentavo così
sagacemente, e finalmente c’era riuscito. Ci siamo parlati, abbiamo
compreso le esigenze reciproche, ci siamo capiti, ci siamo integrati, e
l’abbiamo fatto insieme, come se ci fossimo conosciuti da sempre. Poi ci
siamo abbracciati, e lì, comunque, BOOM, perché prima il dovere.

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