Dopo una mattinata trascorsa in un compostissimo summit di circa tre ore per decidere cosa comprare per il barbecue di stasera, alternandosi suggerimenti su quantità di braciole e pane al rinfacciarsi certi comportamenti, a giudicare dal numero, degli ultimi venti anni, è poco fa, verso le cinque di questo pomeriggio, che i vicini del villino a fianco ci hanno finalmente comunicato chi sarebbe uscito a far la spesa. Il marito, mentre usciva chiudendo delicatamente il cancelletto, ha risposto solennemente al figlio che gli ricordava all’ultimo momento utile, molto sommessamente, di prendere molta, molta birra, citando qualche estratto di un vangelo che, da profano, suppongo inedito. Pochi secondi dopo, sottovoce, da dentro la casa la figlia comunicava alla madre che sarebbe uscita a farsi un giro con un’amica e la madre gli suggeriva, con tono dolce e comprensivo, che era meglio tornasse al massimo alle sette e mezzo per aiutarla a preparare tutto o sarebbe successo qualcosa, che, sinceramente, non ho capito, ma dall’accento sembrava aramaico. Il marito, un uomo che diciamo che non ho alcun motivo di credere che lavori alla reception di un albergo cinque stelle di via Veneto, a quel punto era pochi passi fuori casa e avendo sentito tutto, s’è girato e ha dichiarato, a noi e ai familiari: “Sapete che ve dico grosso ammasso de cacacazzi!? Sti gran cazzi der barbecue: mo me ne vado ar Family Day, ma da solo!”. È proprio in quel momento che ha iniziato a diluviare.

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