È mattina,
controluce.

Dopo un caffè
che non so fare,
mi scherzi,
e di nuovo bambina,
giochi: decisa,
mi scosti via
e mi arrendo ancora.
Con quel tuo piglio
stringi la caffettiera,
avvii il caffè buono,
poi ti rivolgi,
ma non a me:

alla mattina,
con la tua luce.

Non guardi me,
per fortuna,
perché,
per fortuna,
ho imparato:
se non di tre quarti
e un po’ verso l’alto,
quando tu sogni,
o immagini,
quegli occhi,
giovani così,
possono accecare.

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