Falsa partenza

Siete di nuovo benvenuti nella città di Roma. Sapete già tutti che la nostra giornata media è divisa tra le ore che trascorriamo dormendo male, a causa di caldo, umidità, rumore e zanzare, le ore trascorse nel traffico o sui “mezzi”, a sudare, aspettare e prenderci a male parole (se piove, tutto di più, molto di più), infine le ventisette ore in cui ci lamentiamo di come dormiamo male, del traffico, dei “mezzi” e ci chiediamo scherzosamente dove cazzo sia davvero l’Auditorium. A Corso di Francia, un’autostrada in città, c’è un tratto a quattro corsie, sotto la tangenziale, e c’è un semaforo pedonale. In questo momento è rosso. Mi vedete lì, in prima fila, sullo scooter. È rosso da un’infinità, almeno venti secondi, e dietro di me ci sono a occhio e croce 3241960* autovetture e motocicli inferociti. Qualcuno da dietro si mette a suonare il clacson. L’insistenza è quella tipica di quando il verde è scattato e quello davanti sta lì fermo, placido, non si è mosso immediatamente. Bisogna pur aggredirlo in qualche modo, bisogna farlo sentire in colpa perché si sta facendo i cazzi suoi su Whatsapp, deve levarsi dai coglioni, subito. (Per chi non avesse mai visitato la nostra città, abbiamo un atteggiamento tra di noi che è un po’ quello di quando scoprite in giardino un gatto randagio a rovistare nella vostra monnezza, ovviamente non ve ne frega più un cazzo della vostra monnezza: cacciarlo via in malo modo, che è latino, e come grosso modo l’abbiamo inventato noi, è una questione di principio.) Bene, al segnale del falso giudice, i tre milioni e passa di veicoli scattano. Tutti, con il semaforo ancora rosso. Io, snob, chic, neet e qualunque altra parola a caso di quattro lettere, no. E mi accorgo che ci sono quei signori vestiti di scuro a cui ogni tanto vedo fermare le macchine coi gesti e poi dicono cose agli automobilisti. Ne spuntano sempre tanti dopo un po’ di giorni di pioggia. Sono una donna e un uomo, lei sul lato sinistro della carreggiata, a fianco al semaforo, lui sullo stesso lato una decina di metri più avanti. Lui l’ho già visto. È buffo e ha i capelli da pazzo, ma pazzo non è, anche se è evidentemente sull’orlo del precipizio. Insomma, figuratevi Amedeo Goria, insonne, in divisa. Lei inizia a fischiare. Lui no, lui scatta correndo e si pianta in mezzo alla strada, davanti alle automobili in accelerazione, che hanno già fatto cinque o sei metri. Conosce la storia di Enrico Toti, forse, “Nun moro io!”. Si sbraccia. Urla “Ma che sete scemi!”. Loro si fermano, qualcuno lo guarda sbigottito, ma si fermano. Fa di no con la testa, idealmente a ciascuno dei conducenti. No, no, no, col dito. Poi inizia a gesticolare lentamente, spingendo via le mani da sé, con un fare ieratico. Loro non capiscono subito, non possono capire subito, ma il miracolo ha inizio. Piano piano, nella difficoltà di una retromarcia disordinata che neanche gli alpini in Russia, tutti si ridispongono dietro la linea dello stop. Ci mettono almeno cinque minuti, ma tornano tutti dov’erano, al loro posto, dietro il semaforo, che ora è verde. Lui, dopo aver fatto qualche passo in avanti ridisegnando la linea con le braccia, si ferma e poi libera la strada, spostandosi dall’altra parte rispetto alla collega. Le annuisce, e insieme iniziano a farci un gesto chiarissimo. Ora possiamo partire.

*Il dato riportato è aggiornato al 31 dicembre 2013 e risponde alla somma delle autovetture e dei motocicli privati immatricolati dalla motorizzazione civile della Provincia di Roma. Tenendo conto che la popolazione residente nella stessa provincia ammonta a 4321244, in pratica siamo a tre mezzi privati ogni quattro residenti (fonte http://demo.istat.it).

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