Il dodici settembre

coqbaroque:

Mica lo so cosa facevo l’undici settembre. Quando me lo chiedono, io cosa facevo l’undici settembre, rispondo: “Boh, e chi se lo ricorda!?”. Mi ricordo, invece, cosa facevo il dodici settembre. Ero a casa. Appena traslocato, non avevamo mobili, stavamo aspettando il container come un bimbo aspetta Natale.
Pochi giorni prima, un sabato, o domenica, forse, stanco di leggere romanzi di autori locali, eravamo andati a comprare roba inutile che poteva esserci utile a trascorrere le giornate, e tra queste, un televisore: Sharp Aquos LCD. Non ricordo i nomi dei televisori che ho posseduto, forse la marca, ma mai il nome. Questo sì, invece, perché una targhetta diceva che quel modello era esposto al Moma di New York. Quella mattina, puntuale come un treno della Yamanote arrivò il tecnico, un vecchietto, insieme al televisore, la valigetta degli attrezzi, un sorriso e un saluto dalla vocale allungata “Konnichiwaaa”.
Tolse le scarpe prima di entrare in casa, come d’uso, svelando spesse calze in cotone di un bianco abbacinante, come la Prima neve sul Fuji (Yasunari Kawabata).
Il vecchietto, in tuta blu sponsorizzata Yodobashi Kamera, chiede dove installare il televisore. Indico l’angolo più lontano del salotto, seguendo la lunga porta finestra che si affaccia sul giardino, dritto, prima di nascondersi dietro al bambù di un angolo cieco, come la parete di un Labirinto di vetro (Kyōka Izumi).
Seguo con gli occhi il suo incedere. Non cammina, si muove come un ninja nei film d’azione, come avesse paura di graffiare il parquet con il suo esile peso. Appoggia tutto sul pavimento con la stessa grazia della cerimonia del tè. In seguito imparai che tutto è un rituale, qualsiasi gesto, anche il più banale, il più ovvio e automatico, o il più temibile e definitivo può venire eseguito con eleganza, ed è nell’estetica che trova il suo significato.
È Il filo del ragno (Ryūnosuke Akutagawa) a tessere la bellezza della ragnatela.
Il televisore è sul pavimento, non avevamo ancora un mobile adatto, lui di fronte. Armeggiando in ginocchio, da dietro sembravano Trastulli di animali (Yukio Mishima), sintonizzava i canali, uno dietro l’altro, veloce, certo, ma tutti uguali. Tutte le emittenti davano in contemporanea quello che per me era un film catastrofico, per carità, fatto bene, forse un Airport 76, o qualche altra numero a caso. Non l’avevo mai visto, sono quel genere di film che guarderesti solo se costretto dalla noia, nello schermo incastonato nel sedile di fronte su un volo a lungo raggio, ma quel genere di film non lo trovi sugli aerei.
Idiota – pensai – mette lo stesso programma su tutti i canali. Uno, due, tre, NHK, Fuji TV, tutti sintonizzati sullo stesso film. Mi toccherà guardare il manuale e rifare tutto.
Fu in quel momento che il telefono squillò. Mi girai verso il televisore in tempo per vedere una donna lanciarsi dal grattacielo. La finzione diventava realtà nel tempo di una caduta, come un meteorite che si sgretola al contatto con l’atmosfera, come una Donna di sabbia (Kōbō Abe).

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