Il sonno dei giusti

Nel tepore della nursery, avvolta dalle braccia dell’infermiera e con la mente ancora confusa in quel miscuglio di fame, sonno ed emozioni ancora oscure, in un attimo la piccola neonata percepì d’essere osservata. Sbatté le palpebre, e intravide prima uno, poi due, dieci, venti, troppi volti indistinguibili che la guardavano dall’altra parte del finestrone di vetro.

Erano figure sconosciute, ma stavano di certo guardando lei. Era al centro dell’attenzione, un’attenzione morbosa, ossessiva, intensa e spesso ipocrita, di sorrisi obbligati, di commenti prevedibili, di saluti di circostanza.

Fu in quel momento che il suo intuito ancora puro, sottostante, animale e vibrante, scattò e graffiò nella sua mente il contorno d’un primo pensiero, e la bambina seppe, prima di capirlo, che no, non avrebbe mai voluto essere come il padre, come gli altri.

Così, come primo atto d’una vita ancora brevissima ma privilegiata, Maxima Zuckerberg iniziò a percorrere con cura tutte le opzioni, tutte le configurazioni possibili, e si voltò verso il petto dell’infermiera e s’appisolò, abbandonandosi beatamente al sonno vestita di un sorriso giocondo, che non poté visualizzare nessuno, nemmeno il padre.

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