Il tizio s’immette nell’anello d’asfalto in cui stiamo correndo, più meno penosamente, in quattro o cinque.
È molto alto, magrissimo, le guance scavate, i capelli bianchi, radi ma
lunghissimi, e un trench improbabile, che gli arriva alle caviglie e
quasi gli copre le mani.
Lui cammina, e quando incrocia qualcuno si
ferma e lo scruta torvo, lo sguardo nerissimo, ma nessuno di noi gli dà
retta, in ostaggio del debito d’ossigeno o, gli altri, delle cuffiette.
Lo incrocio un paio
di volte e alla terza lo vedo da lontano chinarsi, raccogliere un
grosso sasso, accostarselo all’orecchio e iniziare a correre verso di
me, con lo stile di Pippo.
Mentre si sta avvicinando, inizia a urlare al suo telefono di pietra, ridendo solare:

– Ahò! Sì ciao! So’ io! Ma ‘o sai che qua so’ tutti matti!?

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