La canna che pensò

Il mio eroe aveva davvero tutti contro quel giorno, il 30 luglio 1980.

Ventisette anni da compiere, Władysław è un bestione di un metro e novanta, biondo, longilineo, muscoloso, un atleta con quei baffoni da schiuma della birra che negli anni settanta erano figurine di campioni e oggi, quando capita, qualche risatina. È seduto sulla panchina di uno spogliatoio, sepolto sotto le centinaia di tonnellate di cemento armato sovietico dello Stadio Centrale Lenin di Mosca e, soprattutto, sotto centomila persone. Perché sopra di lui, ad aspettarlo, ci sono le Olimpiadi.

Lo immagino nello spogliatoio di sole piastrelle bianche, la luce grigia che arriva solo da una finestra in alto, l’odore di umidità e sudore. Si piega per allacciarsi le scarpe sulla panca di ferro smaltato e lascia volare via un po’ d’aria pesante. Si sente sollevato, ma funziona per poco. Gli tremano le dita fredde mentre allaccia la seconda scarpa. Per un attimo dice a se stesso che sarebbe meglio fermarsi, cercare di rallentare, magari fermare il tempo. Ma non si può. Chiude gli occhi per qualche attimo, cerca di trovare la pace. Ma non è facile. Anzi, Władysław sa bene che sarebbe proprio impossibile, innaturale, non avere quella fottutissima paura. Non vorrebbe essere così teso, perché è dispendioso, ma non può farci nulla e non può che accettarlo. E comunque gli piace sentire le sue emozioni, tutte le emozioni, fino in fondo. I campioni sono così. Anzi, devono essere così. Sorride, forse, mentre una voce lo sorprende. Lo stanno chiamando: è ora. Fa qualche passo nei corridoio grigi, nella penombra verso l’uscita, sale verso la sorgente di quelle vibrazioni sempre più forti sotto la gomma delle scarpe. Arriva la luce. Pochi passi ancora e in alto, tutt’intorno a lui, sopra, sovrastanti, rumorosi, urlanti, festanti, arrabbiati, felici, spaventosi, tantissimi, ci sono gli spettatori, la televisione, c’è tutto il mondo. Sapeva benissimo che lo stavano aspettando, però vederseli tutti sopra e intorno è un’altra cosa. Ma è solo un attimo di spavento poco prima di raggiungere la vetta, perché ora che è fuori all’aria aperta, sulla pista, Władysław si sente meglio. La paura evapora nel cielo di Mosca. Si sente in cima, e ci si sente a suo agio. Adesso vuole concentrarsi, raccogliere tutto se stesso, unirsi. Si raddrizza. C’è la sua finale, c’è da combattere.

Si guarda in giro alla ricerca degli avversari: Mariusz e Tadeusz, innanzitutto, che conosce bene; poi i francesi, che a non partecipare a quella gara, a rinunciare a quell’occasione di una sola volta nella vita, non ce l’hanno proprio fatta, così hanno ignorato il boicottaggio occidentale di quelle Olimpiadi e sono lì, sotto la bandiera dai cinque cerchi, indipendentemente dal loro paese, fuori da tutti i confini; e poi il sovietico, Volkov, che gareggia in casa. Władysław, Mariusz e Tadeusz invece non si sentono né a casa né fuori da tutti i confini. Sono polacchi, e a Mosca nel 1980 sono come degli invitati al matrimonio come parenti lontani: nessuno gli parla, ma si siedono a tavola composti e iniziano a gustarsi il pranzo in silenzio.

Se l’uomo è una canna che pensa, Władysław è due canne. Una seconda canna, molto robusta ed elastica come lui, la tiene stretta in mano: prende la rincorsa, ci si tira su per saltare, e per un attimo, sopra l’asticella, diventa alto due piani di palazzo, un gigante che quando ricade giù si guarda intorno con meraviglia e soddisfazione per esser stato così in alto, smettendo di pensare per un momento.

E Władysław il 30 luglio 1980 impugna la sua asta e inizia a saltare alla grande, meravigliosamente. In realtà vanno forte tutti: polacchi, francesi, sovietici. In sei superano il record olimpico, ma lui va più forte: non sbaglia mai, nessun salto. È concentrato, è fortissimo. Lo stadio, compatto, fischia sempre i francesi e i polacchi, assiste in silenzio solo quando salta Volkov. Fanno talmente tanto casino che l’altoparlante chiede insistentemente di fare silenzio in tre diverse lingue: polacco, russo e francese. Ma niente, una cosa mai vista, sono impazziti. Ce l’hanno coi polacchi perché sono iniziati gli scioperi dei navali che si stanno opponendo al regime una volta per tutte? Ce l’hanno con gli astisti francesi che sono andati lì nonostante il boicottaggio a rompere loro le uova nel paniere? Hanno paura che i loro atleti siano sconfitti? Sono aggressivi, minacciosi, militarizzati, perché sanno che questo si aspetta da loro il regime? A Władysław gliene frega meno di zero, è come se non li sentisse. Lui è lì, è concentrato sulla sua gara, sui movimenti che immagina ripetutamente prima di compiere facendo sciogliere le dita intorno alla sua canna, e continua a saltare alla grande, finché vince. Beh, tutto qui? No, anzi, è adesso che viene il bello.

Tadeusz Ślusarski e Konstantin Volkov si sono fermati a 5,65, mentre Władysław, che ha superato tutte le prove al primo tentativo, è arrivato a saltare 5,70 e ha superato l’asticella, anche stavolta al primo tentativo. Ha vinto la medaglia d’oro, è il campione. Ma il pubblico continua insistentemente a fischiarlo, anche quando si rialza dopo aver vinto. È solo adesso che Władysław inizia davvero a sentirli urlare. La canna che pensa. Due, canne. Perché finché c’è la tensione della gara vale tutto: tutti hanno le loro emozioni, e anche i sovietici, per quanto indottrinati politicamente, hanno il diritto di vivere le proprie. Lui è l’avversario, gioca fuori casa, e va bene così. Non è mica la prima volta che si trova in uno stadio vociante, insomma. E poi è polacco, se l’aspettava pure dai sovietici. Che insistano così, però, è incredibile. Anche dopo la sua vittoria, dopo che la gara è finita. Questo no, non è mai successo. Soprattutto quando un campione dopo aver vinto decide di fare il tentativo di stabilire il record del mondo. È un orgoglio per gli spettatori assistere a un record del mondo e dovrebbero sperare, desiderare, di assistere al record. Dovrebbero fare silenzio per aiutare l’atleta, per vivere con lui un momento unico. Sono le Olimpiadi, cazzo. E invece, niente, la bolgia insiste.

Władysław deve prima riuscire a saltare 5,75 per acquisire il diritto a provare a saltare 5,78 e superare il record mondiale del francese Houvion di 5,77. Prende la rincorsa ancora circondato da una selva di voci urlanti, costante, compatta, inquietante nella sua rabbia. Corre in mezzo alla rabbia e con la sua propria incredulità. Non è proprio arrabbiato, non è offeso. Come potrebbe? È felice, perché ha già vinto. Ha sconfitto tutti, è il più forte del mondo. Ma è incredulo di fronte a quell’idiozia collettiva. Una canna si pianta, le due canne spingono, slancia le gambe, supera l’asta, diventa alto due piani di un palazzo, si guarda intorno un attimo con meraviglia e soddisfazione e poi ricade giù, dopo aver superato i 5,75.

Si rialza e gli si apre un grandissimo sorriso mentre, di scatto, la canna pensa e slancia fortemente la mano sinistra sulla metà interna del braccio destro, con uno schiaffo che mi pare di sentire. Sopra le centinaia di tonnellate di cemento armato sovietico dello Stadio Centrale Lenin di Mosca, Władysław Kozakiewicz fa il gesto dell’ombrello a tutti, al pubblico, alla televisione, alle Olimpiadi, a tutto il mondo.

Sorridendo, felice, manda ampiamente a fare in culo tutti quei cretini e la loro aggressività, la loro idiozia. Ed ecco che proprio in quel momento lo stadio smette di fischiare. Silenzio. La vera vittoria. E l’eroe, due volte vincitore, si allontana, scuotendo la testa e ridendo beffardo. E nel tentativo successivo stabilirà il record del mondo con 5,78 riuscendo nell’impresa di vincere per la terza volta nello stesso giorno.

Il gesto di Kozakiewicz venne censurato in tutti i paesi del Patto di Varsavia ma fece il giro del mondo, e si disse che Władysław Kozakiewicz era diventato l’uomo più famoso della Polonia assieme a Karol Wojtyla e Lech Walesa.

Di fronte alla prevedibile e tremenda incazzatura delle alte sfere sovietiche, che con la voce del loro ambasciatore a Varsavia pretendevano che a Władysław fosse strappata via la medaglia dal collo come punizione per l’affronto subito, il governo polacco dichiarò ufficialmente che fu uno “spasmo muscolare involontario, causato dallo sforzo”. Dispiaceva tanto, insomma, al governo polacco, ma se uno ha uno spasmo involontario, se una canna pensa e si flette, davvero, che ci vuoi fare, capita. Avevano imparato qualcosa, tanto che da allora in polacco -da non crederci- quel gesto, quel pensiero, ha preso il suo nome.

Secondo alcuni polacchi ebbe così inizio la fine dell’Impero Sovietico. Forse questo è un poco esagerato, ma come tutti i miti ha il suo fondo di verità e ancora oggi a Varsavia quel gesto lì si dice Gest Kozakiewicza, il Gesto di Kozakiewicz.

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