La stessa storia di sempre

Vengono qui, in tanti, a lavorare come muli, disposti a fare quasi tutto. Per mandare i soldi a casa loro, per sfamare la famiglia, perché sono scappati da qualcosa, perché non avevano alternative.

Qualcuno di loro ruba, molti arrivano malati, tutti sono poveri. Molti vivono nei seminterrati, nelle cantine, o nei piccoli appartamenti dei grandi palazzi, con affitti irregolari, spesso al margine della legge e delle norme di sicurezza, in clandestinità, tutti insieme, ammassati. Si ammalano spesso, spesso hanno famiglie numerose e vivono nascosti, quasi sempre, isolati da noi. Perché hanno paura, penso: la polizia li controlla, noi li guardiamo con diffidenza, qui non conoscono nessuno, e quindi, ovviamente, stanno molto tra loro, si fanno forza, parlano la loro lingua, mangiano insieme.

Ne ho incontrato qualcuno talvolta, per strada, che usciva da un cantiere di uno di quei palazzoni nuovi o che spazzava il marciapiede per pochi spicci, o vendeva frutta di seconda scelta da un carretto, o da un chiosco, o addirittura da un suo negozietto – che chissà come fanno a prenderlo in affitto, un negozietto, anche piccolo. Incontrandoli sono rimasto spesso stupito dalla loro gentilezza, e mi sono sentito in colpa per essermi stupito. Mi stupiscono quei loro sorrisi silenziosi, straordinari su quei vestiti stracciati e sporchi quando m’incontrano, mi guardano, sono umani. Sorridono, parlano poco quando sono soli. È imbarazzo perché non conoscono la mia lingua? Non può essere felicità. Non possono essere felici, vestiti così, con quelle scarpe da quattro soldi.

Quando li incontro in gruppo invece mi paiono molto rumorosi, incomprensibili, diversi; ma forse è perché quando parlano insieme non sono in grado di distinguere le loro voci, le parole. Non so, non capisco perché siano venuti qui. Leggo sui giornali che molti di loro stanno risparmiando, e che appena possono inviano soldi a casa, cioè a gente ancora più povera di loro, oppure risparmiano perché vogliono restare qui, costruirsi una vita, una casa, una famiglia.

Incredibile, in questo casino, con tutti i problemi che ci sono qui.

Per me già era inspiegabile che gente così, stranieri di cui non capisco niente e di cui non conosco le abitudini, che non so nemmeno come apparecchi la tavola, sappia cucinare, abbia una cucina che quando la provo mi piaccia così tanto. Non mi piace sempre, ma spesso. E non solo a me: è così praticamente per tutti. A me, ai miei amici, piace provare quei gusti esotici.

Figurati poi se posso spiegarmi come gli sia andata di venire qui, in questo casino, a farsi il mazzo per aiutare familiari e amici a casa. E adesso, dopo un po’ di anni, alcuni anche decine di anni, che stanno qui, pagano le tasse, vogliono votare, andare a scuola, dire la loro, ritagliarsi una posizione, guadagnare un po’ di potere, contare qualcosa, crescere.

Cioè, non me ne sono quasi accorto in questi anni, perché evidentemente è successo piano, un poco alla volta, ma stanno cambiando, sono diversi da quando sono venuti, piano piano faccio fatica a distinguerli da noi.

Vedi se prima o poi non ci scappa anche che qualcuno di loro diventi un pugile forte, o un attore, un cantante famoso, un politico, o un campione del nostro sport nazionale, il mio preferito: il baseball.

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