Marcinelle

L’8 agosto di due anni fa partecipai a una commemorazione della tragedia della miniera di Marcinelle a Castel Del Monte, in Abruzzo, paese natale di due, forse tre (non c’è certezza) dei morti lì sotto, nella miniera, nel nero più nero.

Nel cuore del paese c’è un monumento di bronzo: un vagone da miniera, dei picconi, la statua triste di un emigrante magro, attorno alla quale si raccolgono ogni anno in pochi metri quadri il sindaco, il prete, qualche decina di paesani, qualche discendente francofono dei più fortunati e qualche turista curioso, per rivivere insieme in un piccolo funerale la tristezza, l’amarezza del ricordo di quelle vite infrante, anzi, no: bruciate, soffocate e schiacciate.

Lì, in mezzo ai visi tristi, agli occhiali da sole, al ricordo di quei vecchi parenti, a quel lutto perpetuo, a quel sentimento di mancanza, di assenza, di perdita di cari e carezze, ho ascoltato il silenzio, ho sentito che gli italiani di Marcinelle non scavavano in cerca di un sogno, non scavavano in cerca della libertà, non scavavano in cerca di emancipazione e mai avrebbero voluto diventare degli eroi: scavavano per sopravvivere, per trovare la strada per ritornare su ogni giorno, per respirare aria insieme alla famiglia, cercavano ogni giorno un varco nuovo dentro e sotto la montagna opprimente e pesante della povertà di diritti, la più pura forma di povertà.

I diritti, i diritti dei lavoratori, i diritti delle persone, i diritti di tutti, sono l’unico elemento dell’universo che meno ce n’è, più pesa.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.