Metto per un attimo da parte gli atti vandalici di oggi, gli atti
vandalici in sé, ragionare sui quali, in quanto atti intrinsecamente
insensati e che generano solo disgusto e reprimende, è, direi,
abbastanza inutile.
E metto per un attimo da parte la questione del
mancato rispetto dell’ordine pubblico, espressione che in un paese alla
deriva come il nostro ha ormai lo stesso odore del fascismo, grazie a
mille impunità e mille strumentalizzazioni politiche che hanno
annichilito la voglia di protestare, civilissima in sé, in favore del
mantenimento del decoro e del rispetto degli spazi comuni.
E metto
per un attimo da parte anche l’enorme buco di rappresentanza politica,
che piuttosto che incanalare le energie rabbiose di tutti noi in una
qualsiasi attività finalizzata al miglioramento della cosa pubblica,
continuerà a trasformarci in una nazione di randagi rabbiosi da una
parte e sepolcri imbiancati dall’altra.
Quello che adesso proprio
non mi va di mettere da parte neanche per un attimo, è il racconto
superficiale che ci fa quotidianamente il giornalismo italiano, che tra
sensazionalismo e populismo da una parte e servilismo e funzionalità
allo status quo dall’altra, non rappresenta nemmeno lontanamente quella
forza critica che dovrebbe fornirci gli strumenti per scalpellare pian
piano quest’enorme blocco di marmo che chiamiamo Stato, che invece,
enorme e informe, non fa altro che continuare a ingombrarci il soggiorno
di casa.
Questo, e il fatto che mi chiedo che fine hanno fatto i
giovani di una volta, quelli che si drogavano nei parchetti, buoni
buoni, tra le frasche.

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