Non lo so. Quando si scrive una storia, si vive contemporaneamente ai personaggi. Sono domande e risposte che sorgono spontaneamente, per quello che eravamo noi allora. Poi, come quel distacco di cui dicevo, puoi trovare delle ragioni, dei significati, che allora non erano percepibili da me. Quando lavoro a un soggetto, almeno io, non sono capace di organizzare la mia vita. Persino quando scrivo una lettera, quando la rileggo per riesaminare criticamente quella pagina, sicuramente tutto ciò che è preorganizzato lo sento come una gabbia insopportabile. Scrivo istintivamente, a volete noti delle battute simpatiche, le tieni in tasca, le metti da parte, poi le ritrovi. Perciò mi sono immaginato io ragazzo, in quella situazione, e ho parlato alla mia interlocutrice, che ero ancora io. Quante volte abbiamo immaginato delle storie d’amore — inventando dialoghi bellissimi tra un lui che eravamo noi, ed una lei, che eravamo ancora noi — nell’immaginazione di un volto femminile?

Ermanno Olmi risponde a Charles Owens che gli chiede: È molto divertente la scena della presentazione tra Antonietta e Domenico [ne Il posto]. Come ti è nata l’idea?

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