Note di colore. Un tempo regnavano: il rosso della passione, della lotta, del sangue, della giustizia e dell’ingiustizia; il bianco dell’equilibrio, della compostezza e del conformismo e il nero, il buio della ragione e del sentimento, segno di sgommate futuriste, di morti congelati nella neve, i segni della penna di Rigoni Stern. Tutto era così, in una parola, netto, ma cadde un muro, alcuni dicono per sbaglio, e si perse il quadro generale, o meglio se l’era rubato il seducente pavone nano, e iniziò il suo periodo blu. Ora invece vanno molto il mimetico verde valligiano, il rabbioso giallo itterizia, poi tanti scialbi rossi possibilisti e qualche rosa per non farsi notare, quei rossi così pallidi, insomma, che spegni e riaccendi lo schermo del PCI, che sembra abbia perso contrasto. Infine, per i più audaci, c’è il viola, il colore della meditazione, della creatività, e, a dire il vero, quello che non aveva mai scelto nessun altro, il reietto, soprattutto a teatro, perché contraddistingueva la quaresima, quando le recite in via o in piazza erano vietate. Ironia della sorte, direi.

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