Proprio oggi, che il culto dell’avventura è tale da indurre la gente a comprarsela preconfezionata, è ancora più curioso constatare come si possa arrivare a considerare l’avventura, ma quella autentica, come un tabù da abbattere, e contemporaneamente a elevare al grado di vicenda singolare e inaspettata una serie di atti sterili e scontati che proprio non potrebbero mai essere avventurosi. Ma l’avventura, in quanto tale, non risiede forse là dove c’è l’ignoto, la sorpresa? Là dove si possono manifestare peculiarità come l’incertezza, l’esaltazione, la precarietà, il coraggio, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i propri mezzi, e via dicendo e che sono poi tutte cose ormai pressoché cancellate nel quotidiano? Là infine dove l’impegno coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori dagli impoveriti recessi ciò che di meglio, e di umano, è rimasto ancora in noi?

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