Quegli occhi, mia Luna, quei mari chiari m’hanno scovato, rapito, sciacquato via dalle convulsioni sul bagnasciuga.
Sono quattro mesi che sto imbambolato, inebetito, ma non sento paura, perché so respirare in quest’acqua tiepida.
M’hanno puntato, incantato, tirato su, trascinato via: chiari, allegri, malinconici, profondi, incontaminati, tristi, scherzosi, limpidi, ridono, sono guidati e s’aprono sospinti da quel sogno, quella dolcezza che sento e vedo è che è più grande di tutto, più forte di qualsiasi stanchezza, di qualsiasi contrattura, e scioglie ogni nodo, fa abbandonare.
Quell’onda anomala di mare caldo che viene fuori e avvolge tutto ciò che sceglie mi ha tolto dalla spiaggia: una tua carezza, un tuo abbraccio, una dolcezza, un affetto, un gesto che fa crollare la scenografia tutt’intorno.
Sei la luce e sono un attore illuminato immerso nel buio, l’unica luce del palco, un riflettore, una riflettrice, attentissima, accesa, accesissima: non vedo il resto e rifletto su di te, su di me, che da quando è iniziato questo spettacolo ti guardo e rido dei problemi come uno scemo, il pubblico chissà.

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