Si alzano le luci.
Entra in scena, tra le sagome di cartone, Carlo Lucarelli.
Il suo racconto ha subito inizio.

È il 19 settembre 2013 e c’è un venticello che rinfresca un grande piazzale di Roma, sotto un cielo nuvoloso che sembra uno di quelli di Magritte.
È l’ora di pranzo di quel giorno di tarda estate e c’è un sacco di gente che va e viene, perché il nostro piazzale è quello del Centro Direzionale di Cinecittà e tutti stanno camminando freneticamente in cerca di cibo.
C’è però un uomo che sta fermo in mezzo a quel via vai.
È diverso dagli altri: è vestito di bianco, camicia e pantaloni con molte tasche, un po’ come uno di quegli esploratori dell’800, ed ha l’aria soddisfatta, è tranquillo.
Soprattutto, il nostro uomo, il protagonista della nostra storia, è diverso dagli altri perché è fermo.
Lui ha appena mangiato una pizzetta rossa, per questo è fermo.
Si è fermato pochi secondi fa davanti alla grande vetrata di una delle tavole calde del centro commerciale di Cinecittà, e sta guardando con molta attenzione e curiosità gli altri che mangiano.
Li scruta, pensa come siano diversi da lui, e sussurra fra sé e sé: “Loro mangiano le insalatone. Mangiano la frutta.”.
Ad un certo punto il nostro uomo si rende conto che gli avventori di un tavolo, un tavolo molto vicino alla vetrata, si sono accorti della sua presenza, ma lui li continua a fissare con un certo disprezzo.
Loro iniziano a ridere, e lui subito pensa: “Che idioti, penseranno che sia un poveraccio affamato. Non sanno cosa penso di loro e dei piattini tristi che hanno di fronte.”
Poco dopo uno di loro lo indica, ma pare indicare una parte del suo corpo.
Così il nostro uomo, finalmente, si guarda addosso.
E solo allora si rende conto di avere la camicia quasi completamente ricoperta da rivoli di salsa di pomodoro della pizzetta.

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