Solo pochi hanno notato che, approfittando della confusione del dopo conferenza e in gran segreto, Mario Draghi, che è una persona che veramente non sopporta il disordine, s’è inginocchiato per raccogliere e mettersi in tasca tutti i coriandoli.
Tornato a casa, si toglie il paltò di cucciolo di Aguti e percorre con passo deciso il lungo corridoio che porta al suo studio, soffermandosi solo un attimo per godersi la preziosa campana con il pipistrello della frutta dalle narici a tubo delle Filippine, e finalmente raggiunge il suo ritiro, dove s’abbandona, esausto dalla lunga giornata di lavoro, sulla sua grande poltrona di pelle di rinoceronte bianco, subito dopo aver svuotato le tasche con noncuranza nella abnorme mano di gorilla albino. Apprezzando per l’ennesima volta con compiacimento l’abbinamento contrastato tra la bianca mano di primate e l’enorme scrivania d’ebano, gli cade ancora l’occhio, però, su quei coriandoli, e nota dei caratteri di stampa sul rovescio bianco di molti dei pezzetti di carta. Inusitatamente, gli s’incurva un sopracciglio. Essendo una persona che veramente non sopporta il disordine, si mette pian piano, meticolosamente, a ricomporre il misterioso testo, finché, dopo qualche decina di minuti di silenzio, dal terzo piano dell’ala sud-est della magione s’ode un urlo straziante. Accorso nel suo studio, trionfalmente decorato di esemplari impagliati di ibis crestato e echidna dal becco lungo, Yevgeny, il maggiordomo della Transnistria, percorre il lungo pavimento evitando con cautela gli inquietanti tappeti di piuma di dodo, per trovarsi davanti il presidente della BCE in stato catatonico, riverso sulla poltrona, lo sguardo impietrito, con davanti il restauro dell’ultima copia nota del Manifesto di Ventotene.

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