Toglietemi tutto, ma non la politica italiana

Mi presento: sono uno spettatore compulsivo di teatrini politici, specializzato in litigi multipli e sovrapposti, frecciatine via telegiornali di reti diverse, silenzi passivo-aggressivi, Champagne e mortadella, risse in Parlamento, scivolate sulle ginocchia nel Transatlantico, mangiapanini a tradimento, OCCHIATACCE, fili d’acciaio taglienti tesi nel Transatlantico ad altezza gola, nuotate nello Stretto, ponti sullo Stretto, accuse di mancate telefonate, accuse di troppe telefonate, SMS, MMS, PMS, segnali di fumo, ritiri sull’Aventino, scese in campo, tiratori di coca, tiratori franchi, tiratori, spingitori di tiratori, pianisti, brogli e tessere risparmio della buvette.

Ogni volta che qualcuno alza la mano o scrive un editoriale per chiedere di “alzare il livello del dibattito” e “abbassare i toni” oppure – mai sia – a parlare di programmi, a entrare nel merito delle questioni, a dire qualcosa che racconti una visione politica che vada oltre il fine settimana successivo, mi faccio il segno dello scudo crociato.

E sono anche un votante indefesso: il voto disgiunto per me è un atto di nobiltà estetica.

La mia è una dipendenza.

Mi rivolgo soprattutto a voi della maggioranza silenziosissima, voi che vivete tranquilli nell’astensionismo, nel disinteresse, nel “non c’è nessuno che mi rappresenta” e avete i martedì, i mercoledì e i giovedì in prima serata sempre liberi: beati voi.

Sono cresciuto negli anni ’80, e mentre nelle vostre famiglie era evidentemente tutto un florilegio di litigi, scazzi, scopate a destra e a manca, Fiat Ritmo regalate all’amante, tradimenti, risse al pranzo di Natale, separazioni, stipendi persi a poker, divani persi a poker, tricicli dei figli persi a poker, cani dei vicini persi a poker, scappatelle nei cinema porno con i fazzoletti e le mutande di ricambio, divorzi, genitori intersex ante litteram e nonni con tre palle, io sono cresciuto con i miei che non litigavano mai, erano bravi, non alzavano mai la voce, mai nemmeno un ceffone, andavano sempre a lavoro, dicevano che quelli del PCI erano dei fascisti e si turavano il naso votando Democrazia Proletaria.

Era tutto così giusto, così tranquillo, definito, razionale, nell’appagamento della sconfitta: il massimo dell’emozione fu quando si andò al funerale di Enrico Berlinguer in segno di rispetto a un onesto avversario di destra.

A differenza vostra, che evidentemente vivevate in un costante turbinio di emozioni, e non vi annoiavate mai, appagati da mille stimoli, io dovevo trovare dei diversivi per i momenti in cui non erano in onda il secondo tempo di una partita di serie A, l’ennesima replica de “I Puffi” o il massimo della gioia: Raffaella Carrà e il suo barattolo di fagioli di merda. Io, sperando in un plot-twist, sono arrivato a tifare per Gargamella, OK?

Ma cos’altro c’era in TV in Italia in quegli anni che potesse guardare un bambino che si metteva a letto prima di “Quelli della notte”?

La politica. O, meglio: i politici.

Cicciolina, Ugo “Untino” Intini, lo squalo Sbardella, tutti quegli animali da safari. E i giornalisti da Transatlantico, con le loro giacche orribili da effetto moirè sul tubo catodico, che ne raccontavano i litigi, le discussioni senza fine, le guerre fratricide.

Questi furono per me i surrogati del conflitto a cui non potevo assistere in casa, il maldestro tentativo di curare una noia cronica indotta da due genitori annichiliti dopo la stagione del mito del sesso libero, delle comuni, degli indiani metropolitani e della rivoluzione mancata, ritirati in una ordinata vita familiare autoreferenziale da “Nanni Moretti si trasferisce nella Casa nella prateria”.

Andando a letto con le galline e sognando che un tornado sollevasse improvvisamente in aria la mia casetta di legno sperduta nelle pianure del Kansas, ho proiettato il mio bisogno di passione e tormento sullo schermo, sviluppando un grave disturbo di alimentazione politica, una bramosia tale che per cercare di soddisfarla mi sono appiccicato al televisore e allo smartphone in costante e trepidante attesa del meglio che potesse darmi il caravanserraglio politico: scissioni, fusioni, tradimenti, malpancismi, porte sbattute, thread nidificati a otto livelli su Twitter, risse in Parlamento con calci, sputi, Champagne abbinato (opportunamente) con la mortadella.

Quando va in onda il teatrino – cioè, ormai, tra un tweet e l’altro, sempre – lo devo guardare assolutamente, tormentato dalla dipendenza e dal senso di colpa, mangiandomi le labbra, come un bulimico: infatti, dopo, vomito. E poi finiscono gli spot e ricomincia Porta a Porta. E via così.

Col tempo, da Berlusconi in poi, la mia droga è diventata sempre più potente, e la situazione è peggiorata col potenziamento della mia dipendenza.

Più urlano, più litigano, più non dicono un cazzo, più non rappresentano nessuno e nessun’idea, più li distingui l’uno dall’altro solo per un difetto estetico, una camicia buffa, uno schiaffo in diretta, un portaocchiali appeso al collo o gli occhiali con la montatura buffamente tonda, la bassezza, il condimento della pasta, la magrezza, il disuso del congiuntivo, la erre moscia, un vaffanculo, una felpa o una cravatta orrenda, più sono inutili, insomma, e più sento il bisogno di guardarli.

Perché la nostra non è politica, non è intrattenimento: è una perversione orrenda, e io la bramo.

Ho provato di tutto. Ho provato a non accendere la TV, a non leggere i giornali, a comprarmi un poster di Prodi in bicicletta, persino a nascondere certe notizie nei social network. Una volta, sarà stato una quindicina di anni fa, provai persino a chiudere gli occhi e tappare le orecchie mentre mi trovavo in un bar del centro di Roma e mi resi conto di avere a fianco Ignazio La Russa e Gianni Alemanno, che discettavano sulla scorrettezza di quei tramezzini wurstel e carciofini gonfi di farcitura davanti ma sgonfi dietro e sfottevano la barista con battute da scuole medie usando gli stessi toni che avrebbe avuto in diretta Silvio Berlusconi con Rosy Bindi (sempre sia lodata per la sua risposta) (voi sapete).

Ma come faccio a resistere a questa roba? Ogni volta sento che è una puntata cruciale della telenovela, un’occasione di quelle che ti capitano una volta nella vita. Occasioni imperdibili, come quando rallenti per vedere un incidente sull’autostrada, sbirci, cerchi morbosamente un po’ di sangue, uno sterno sfondato dal piantone dello sterzo, un braccio buttato per terra che ti indica ricordandoti di controllare i freni, un peluche sporco di benzina, un parrucchino sfiorato dal vento e dimenticato dai paramedici. Ti va bene tutto, purché ti distolga dal rettilineo infinito e monotono.

Lo confesso, soprattutto a voi astensionisti immersi nella pace dei sensi: sì, sono un Vero Elettore Italiano, e per quanto mi lamenti di quante volte ci portino a votare – troppe, cristosanto, sempre troppe, tra un referendum inutile e uno irricevibile – non mi sono mai distratto da una campagna elettorale, mai ho saltato un’elezione, non mi sono mai perso una “resa dei conti” in un grande partito.

Sempre in cerca del brivido, sempre affamato, sempre annoiato, in costante attesa di un tornado che mi sollevi e mi porti in un altro mondo a passeggiare sottobraccio con personaggi assurdi su un sentiero di mattoni gialli, o quantomeno di una tornata elettorale e di quel momento catartico in cui finalmente imbuco la mia scheda, abbandonandomi beato per qualche secondo, come un eroinomane inebetito, in attesa che tutto ricominci, il giorno dopo.

Come fate voi, che ormai siete la maggioranza, a vivere così sereni, io proprio non capisco.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.