Tutti loro si temevano e tenevano stretta dentro la propria avidità, e tutti, come avessero tutti gli stessi desideri, fossero quasi uno stormo d’uccelli neri, erano diretti in sincronia verso la stessa, identica, emozione. Ma nel silenzio più privato. Non li guardo e non parlo, che tutti gli altri non sappiano, perché è impossibile che possano capire un’emozione, mia, così privata. Fu allora che quell’esercito di salamandre, di sangue e adrenalina, strisciante laggiù da ore, in fremente attesa da ore, gli saltò finalmente addosso dai piedi, arrampicandosi su con mille artigli, stimolando, scuotendo, scaldando ciascuno della banda di ladri. Si sentirono fremere, anche se lì sotto faceva un gran freddo, ed erano tutti accovacciati e non in piedi, coi corpi infreddoliti e le mani gelide strette tra cosce e polpacci, a scrutare il loro comune traguardo. Quell’emozione scottante, melliflua e scandalosa, infatti, strideva con quella stanza sotterranea, piccola e chiusa, ironicamente cerulea come il cielo, pulita, essenziale, fatta di mattonelle, ordinata, meglio: vuota, anzi, no, perché al centro c’era per terra quel cubo, grande come un pouf, solo una scatola lucida nera, per terra. Il cubo, il tesoro, era il loro traguardo, ed era piccolo, molto più piccolo di quanto avessero immaginato e voluto, ma vero da toccarsi, e bello, e davanti a loro finalmente, né più né meno di certi sentimenti, quando ti sorprendono la prima volta: anelli pregiati e belli, di cui ti raccontano, li desideri, li metti volentieri al dito e sorridi solo quando finalmente te li rimiri indosso.

Finalmente aprirono il cubo. Con irruenza. Ma…non così, non me l’ero immaginato così, perché non lo stiamo facendo con delicatezza, con mano ferma? Perché strappiamo e rompiamo? Cazzo, anch’io, come gli altri, lo voglio, lo voglio subito, subito! I ladri aprirono il cubo, facendolo a pezzi, strappando l’involucro di plastica, come un bambino col regalo che finalmente lo compiace e gli spetta, il rumore un po’ sordo della plastica che si spezza, via tutto, via il nero, e dentro cosa…

Vecchie robe di informatica, per lo più inutili, da buttare, manuali di vecchi sistemi operativi, cavi e cavetti, cd, tutto è un po’ sporco, impolverato. Devo scavare, scegliere…no, buttare: è tutta roba inutile che non serve più. Qui non c’è nulla che volevo…anzi…no…cazzo, eccolo! È perfetto! L’ombrello da borsa, compattissimo, bello come lo volevo io, decorato come quella scatola che le ho regalato: motivo cachemire su sfondo turchese scuro… Perfetto, ora glielo porto.

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